Stava: 1 volontario ogni 10 metri cubi di acqua, il ricordo a 31 anni dal disastro

31 anni sono tantissimi per chi è giovane, pochissimi per chi invece ha passato il mezzo secolo, 31 sono gli anni che ci separano da quella giornata maledetta di Stava, “31 anni da quella tragedia della superficialità umana. Della cupidigia” ha puntualmente scritto stamane su facebook Raimondo Frau, Editore della presente testata: “Un pensiero per chi ne fu vittima!

Molti ricorderanno il pomeriggio del 19 luglio 1985: nel Comune di Tesero il bacino di decantazione della Miniera di Prestavel, posizionato in mezzo alle montagne di Stava alle 12.22 aveva ceduto, portando con sé 180.000 metri cubi di acqua, che con forza dirompente ha trascinato a valle ogni cosa che ha incontrato sulla sua strada: alberi, massi, case, strutture, residenze. Insieme a loro 268 morti, travolti nel momento del pranzo.

La notizia di Stava ha sconvolto tutti: immediatamente da tutto il Trentino sono partiti i soccorsi per andare a scavare nel fango, nella speranza di riuscire a trovare qualche persona ancora viva. I volontari che si sono recati sul posto, tra Croce Rossa, Vigili del Fuoco, Corpi di Stato e Soccorso sono stati 18 mila. Un volontario ogni 10 metri cubi di acqua.

Per completezza riportiamo i dati che sono stati pubblicati da Wikipedia in merito ai soccorsi: “ottomila Vigili del Fuoco volontari del Trentino e quattromila militari del 4º Corpo d’Armata Alpino. Primi ad accorrere furono i Vigili del Fuoco volontari di Tesero e della Valle di Fiemme. Quindi, nel giro di poche ore, tutti i corpi dei Vigili del Fuoco volontari del Trentino, numerosi corpi dei Vigili del fuoco volontari dell’Alto Adige e quelli permanenti di Trento e di Bolzano, Croce Bianca, Croce Rossa, Carabinieri, uomini della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza e del Corpo Forestale, unità cinofile, sommozzatori e centinaia di volontari.”

Tra questi la maggior parte dei trentini, che sono andati a recuperare uno a uno i morti della Valle di Stava, tra i quali anche mio padre, che nelle sue memorie ha sempre parlato di questa tragedia raccontando “l’odore acre della terra spalmata sulla valle sotto Tesero, che è servita per attutire la forza dell’acqua, scaricatasi in Avisio. Odore di morte e odore di tradimento, da parte di chi avrebbe dovuto offrire una speranza di lavoro agli operai che erano impiegati nel settore minerario”. Un tradimento fatto di distrazioni e di leggerezza che è stato pagato a carissimo prezzo dagli abitanti della valle di Fiemme. “Insieme all’odore della morte anche lo strazio di conoscenti e amici che hanno perso i loro cari in questa tragedia”.

Questo non è certo l’unico dei disastri, insieme ad esso c’è anche il Vajont. Sfruttamento selvaggio del territorio, quello che è andato di moda almeno fino agli anni ’90, anni in cui è maturata una concezione di lavoro legata anche alla sicurezza e al rispetto per la montagna.

Non si tratta di parole al vento: dalla sentenza-ordinanza del Giudice Istruttore del Tribunale di Trento si evince lo stesso concetto: “Se a suo tempo fosse stata spesa una somma di denaro e una fatica pari anche soltanto ad un decimo di quanto si è profuso negli accertamenti peritali successivi al fatto, probabilmente … il crollo di quasi 170 mila metri cubi di fanghi semifluidi non si sarebbe mai avverato.

Di Martina Cecco