75 anni dopo l’attacco, Shinzo Abe visita Pearl Harbour.

Il 27 dicembre si è tenuto un evento storico per le relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Giappone: il premier giapponese Shinzo Abe si è recato al Uss Arizona Memorial di Pearl Harbour 75 anni dopo l’attacco delle truppe giapponesi all’omonima baia.

L’attacco a Pearl Harbour è forse il più famoso assalto compiuto sul suolo americano, diventato di dominio mondiale dopo l’omonimo film cult del 2001, che ha mostrato al mondo intero come l’assalto subito fosse ancora una ferita aperta nel cuore degli statunitensi.

Era il 7 dicembre 1941 quando l’esercito giapponese mise in atto “l’operazione Z” attaccando la flotta e le installazioni militari americane situate nella base navale di Pearl Harbour. A seguito di quell’evento ci furono le reciproche dichiarazioni di guerra dei paesi, guerra che terminò nell’agosto del 1945 con il lancio della bomba H sulle città di Hiroshima e Nagasaki da parte dell’esercito statunitense.

Finito il conflitto, i rapporti tra i due paesi rimasero molto difficili nonostante i numerosi tentativi di distensione. Fu infatti nel 1951 che l’allora premier giapponese Shigeru Yoshida visitò per la prima volta Pearl Harbour, senza però partecipare ad alcuna cerimonia pubblica né scusarsi.

Shinzo Abe è il primo premier giapponese ad aver partecipato ad una cerimonia ufficiale. Questo evento, unito alla visita di Barack Obama a Hiroshima dei mesi scorsi, segna il punto più alto nei rapporti tra i due paesi dal 1941. Nessuno dei due presidenti si è però scusato degli orrori compiuti dal proprio paese, segno che ancora nessuna delle due nazioni vuole compiere il definitivo passo distensivo per riappianare i rapporti.

Questo incontro, nonostante sia privo di scuse ufficiali, mantiene una rilevanza notevole per il panorama storico-politico mondiale, considerati i rapporti passati tra le due nazioni. Inoltre, ambo le visite sono la conclusione di una serie di manovre distensive di politica estera effettuate dai due presidenti.

Shinzo Abe tra i due è sicuramente quello che si è esposto di più, avendo appoggiato diverse politiche del collega statunitense, ampliando il sostegno delle forze armate giapponesi agli americani e consentendo all’esercito giapponese di affiancare quello americano nella lotta ai terroristi del I.S.I.S, andando più volte contro Okinawa.

Obama, a sua volta, ha dichiarato pubblicamente che il trattato di sicurezza vigente impone agli Stati Uniti di difendere il Giappone nello scontro sulle isole con la Cina, dando formalmente il suo appoggio alle operazioni politiche e militari giapponesi.

Tutte queste operazioni vanno però viste in un contesto più ampio: sia gli U.S.A che il Giappone hanno trovato nello stato cinese un “nemico” comune. È normale quindi che di fronte alla necessità di dover collaborare per contrastare l’avanzata della Cina ci siano stati questi tentativi di distendere dei rapporti che erano logorati da ormai troppo tempo.

Resta da vedere cosa deciderà di fare Donald Trump, presidente eletto degli Stati Uniti: propenderà per mantenere questa linea o, invece, sceglierà agire da solo? I primi responsi non sono stati favorevoli per Shinzo Abe, che si è visto bocciare da Trump la Trans-Pacific Partnership, un trattato atto a promuovere gli scambi e gli investimenti tra i paesi partner.

In attesa di vedere gli ulteriori sviluppi della vicenda, rimane il grande passo compiuto da Abe e Obama: un atto di pace che può finalmente mettere la parola fine agli strascichi dovuti agli orrori compiuti dai due paesi durante la Seconda Guerra Mondiale

Carlo Alberto Ribaudo