Al Baghdadi a Mosul e il Grande Gioco fra Turchia e Iraq

Al Baghdadi a Mosul: secondo le ultime informazioni rilevate da Fuad Hussein, il capo di gabinetto del presidente curdo Massoud Barzani, al giornale inglese Indipendent, il capo dell’ISIS si sarebbe asserragliato con i suoi fedelissimi all’interno della città irachena, tentando una disperata resistenza contro le forze governative dell’Iraq e provenienti dall’estero.

La presenza di Al Baghdadi non è certa. Hussein ritiene comunque abbastanza sicura la caduta di Mosul, anche se la data precisa, ovviamente, non può essere stabilita: “E’ ovvio che perderanno, ma non sappiamo quanto tempo sarà necessario perché ciò accada“.

A dettare quest’affermazione è una considerazione di carattere militare, poiché Al Baghdadi è considerato l’unico comandante “capace” dell’ISIS e i suoi sottoposti non hanno il suo stesso carisma.

D’altra parte, proprio il carisma di Al Baghdadi è un’arma pericolosissima, giacché i combattenti jihadisti a Mosul, vedendo il califfo  motivare i combattenti, sarebbero disposti a gesti estremi contro una popolazione inerme e i soldati che dal 17 ottobre li stanno accerchiando: l’esercito iracheno e i peshmerga curdi da nord, est e ovest, le milizie sciite Hashd al-Shaabi (Forze di mobilitazione popolare) da ovest.

Il tempo, però, sembra giocare contro: finché il colpo decisivo non sarà sferrato, la popolazione di Mosul non sarà libera e i problemi militari, economici, sociali e politici saranno sempre maggiori. Al momento 50 villaggi attorno alla cittadina irachena sono stati liberati, ma 52 ostaggi sono stati uccisi a tradimento dagli jihadisti in un collegio pubblico a est della città.

Gli esperti stimano che i jihadisti rintanatisi nella città sono tra 3mila e 5mila. Se le forze irachene potranno soverchiare i combattenti di Al Baghdadi, dovranno però tentare di aprire i corridoi umanitari per i circa 1,5 milioni di civili che secondo l’Onu popolano ancora Mosul, contando anche gli sfollati.

Sconfitto e catturato Al Baghdadi, inizierà il Grande Gioco: se USA e Russia in questo momento sembrano defilarsi, Turchia e Iraq invece cominciano a fare la voce grossa, a causa dello schieramento di carri armati e artiglieria turca nel distretto di Silopi, al confine con l’Iraq, provincia anatolica che separa le terre curdo-irachene e curdo-siriane.

Tale dispiegamento minaccia le due entità curde, affinché non organizzino uno Stato unitario, simbolo dell’irredentismo dei curdi turchi; obbliga gli sciiti iracheni a non opprimere la minoranza sunnita, quando Al Baghdadi verrà catturato o ucciso; mantiene la Turchia in una situazione di perenne tensione militare, nascondendo i problemi economici, sociali e di illegalità che l’azione di Erdogan ha portato con le sue recenti azioni.

Haidar al Abadi, premier iracheno, ha chiesto alla Turchia di non intervenire militarmente in Iraq, minacciando pene severe. Il ministro degli esteri turco, a sua volta, risponde domandando all’Iraq perché ha permesso al PKK di devastare l’Iraq per anni, permettendo che la minaccia del califfo di Al Baghdadi divenisse sempre più potente e diffusa.

I giochi di potere, in caso di scontro, non sarebbero facili da decifrare. In Europa Erdogan sembra avere sempre meno credito, sia in campo economico che politico: se molti si sono turati il naso dopo il giro di vite operato contro gli organizzatori del tentato golpe, altri non possono però non aver notato i rapporti quantomeno “ambigui” fra il capo turco e alcuni importanti membri dell’ISIS (compreso Al Baghdadi).

Sostenere, come ha fatto il ministro degli esteri turco, l’integrità dell’Iraq, significa per la Turchia gettare un possibile “ponte” in un territorio non sempre gentile nei suoi confronti, turando pericolose falle che potrebbero portare a spiacevoli fughe di notizie.

L’integrità dell’Iraq sembrerebbe un pretesto per una Turchia scornata dal fatto che nessuno ha richiesto il suo intervento nell’ultima offensiva contro il califfato: essa è, invece, vista come stato ostile all’Iraq.

I curdi rappresenterebbero per lo stato un turco un problema, sia se inseriti compiutamente in una forte e salda entità statale irachena, sia se riuscissero addirittura a creare uno Stato autonomo ai propri confini.

A questo proposito, l’appoggio di Vladimir Putin potrebbe tornare utile: il capo di Stato russo, a fronte di una situazione economico-politica non rosea neppure per lui, cerca nuovi sbocchi in un paese desidero di aiuti.

Di fronte alle ambiguità europee, Putin abbandona la traballante Ucraina per offrire il suo aiuto ad una Turchia che, di per sé, sembra non troppo scossa dal massacro dei curdi ad opera dell’ISIS.