CASO BOSSETTI: TRA RISONANZA MEDIATICA E VERITA’

Lo scorso 18 luglio Massimo Giuseppe Bossetti avrebbe tentato il suicidio nel carcere di Bergamo dov’è rinchiuso dal 19 giugno 2014 con l’accusa di aver ucciso Yara Gambirasio.  Il condizionale è d’obbligo per il velo di incertezza che avvolge anche quest’ultimo avvenimento.  Il  fatto viene reso pubblico dall’avvocato Salvagni allertato dalla moglie di Bossetti in seguito alla visita in carcere all’indomani della seconda udienza in tribunale. Il legale denuncia una condizione psicologica instabile del suo cliente che sembra essere peggiorata in seguito alla scoperta dei presunti tradimenti della compagna Marita che sono entrati prepotentemente tra i possibili moventi del crimine.  La notizia del tentato suicidio però è stata smentita dal sindacato della polizia penitenziaria.

Questo non è che l’ennesimo colpo di scena in un caso ormai costellato di incertezze.  Partendo dall’inizio ricapitoliamo i fatti principali. Il 26 novembre 2010 la tredicenne Yara Gambirasio di Brembate di Sopra scompare dopo essere uscita dalla palestra vicino casa, le ricerche si concentrano sul  comune vicino, Mapello, dove il cellulare di Yara viene agganciato da una cella telefonica prima di spegnersi .  Viene fermato un marocchino in partenza per Tangeri che lavora in un cantiere edile di Mapello, risultato poi estraneo ai fatti. Il 26 febbraio 2011,  a tre mesi esatti dalla scomparsa, il corpo della piccola Yara viene ritrovato in un campo a Chignolo d’Isola, a una decina di chilometri da Brembate.

Da questo momento iniziano le lunghe e complicate indagini.  Gli investigatori isolano una traccia di DNA maschile sugli slip e sui leggins della tredicenne che, a differenza degli altri tre già esaminati, non sarebbe suscettibile di contaminazione casuale. Questo dovrebbe essere  il DNA dell’assassino, il cui profilo genetico però corrisponde al defunto Giuseppe Guerinoni  e non coincide con i suoi familiari. Da qui la ricerca di un presunto figlio illegittimo che porta a Massimo Giuseppe Bossetti , muratore di Mapello  fermato e portato in carcere. Ad incastrarlo è il  test genetico. Da  quel giorno l’opinione pubblica ha trovato il proprio colpevole.

Bossetti  da parte sua si è sempre proclamato innocente e allo stesso tempo la sua vita privata è stata sconvolta dalla scoperta del padre biologico e ora dalle presunte relazioni extraconiugali della moglie.  A carico del muratore di Mapello sono stati trovati altri indizi che sembrano inequivocabilmente marchiarlo come l’assassino se non fosse che la stessa prova regina, quella del DNA,  non pare così certa.  La difesa infatti punta il dito su un’anomalia del campione esaminato che potrebbe rendere inutilizzabile la prova scientifica. Se quest’ultima venisse meno,  l’impianto d’accusa potrebbe cadere come un castello di carte. Gli altri indizi sembrano così diventare supposizioni. Lo stesso luogo dell’ omicidio, ipotizzato nel campo dov’è stato ritrovato il cadavere, non è per nulla certo. Il furgone visto dalle telecamere nella zona nelle ore della scomparsa di Yara, è simile a quello di Bossetti ma non si può dire sia il suo e la stessa testimonianza di un uomo che dice di aver visto il mezzo davanti al centro sportivo, è stata smentita da molte altre. I telefonini di Bossetti: il primo a Mapello, il secondo venduto e arrivato in Marocco. La presenza di una cella telefonica comune tra la ragazza e il muratore si può spiegare considerando l’uomo passava ogni giorno in quel determinato punto. Tra il momento del delitto e il momento di aggancio della cella passano 1 ora e 40 minuti. Il fatto poi che l’uomo avrebbe ricercato “ tredicenni per sesso”  con il suo computer, non può essere una prova schiacciante per quanto moralmente discutibile agli occhi della gente.

L’unica cosa certa che emerge da questo delitto è il clamore mediatico che si è scatenato . La famiglia ha sempre mantenuto un gran riserbo chiedendo più volte che fosse rispettato il loro dolore per allontanare la folla di giornalisti che invadeva il loro piccolo paese.  Negli ultimi anni la cronaca nera ha monopolizzato telegiornali , talk pomeridiani e serali, alcuni creati esclusivamente per parlare di questi delitti. I casi più strazianti fanno audience, programmi televisivi pubblicizzano esclusive con informazioni sconosciute anche agli investigatori.  Il caso di Avetrana è stato il più grottesco teatrino di pianti, confessioni,  accuse lanciate e ritrattate in televisione.  Tutti si sentono autorizzati ad emettere sentenze di colpevolezza, gli stessi presentatori, a volte neppure giornalisti, si fanno trasportare dal fervore popolare e condannano loro stessi a parole gli indiziati. Non stupisce che il giorno dell’arresto di Bossetti il ministro dell’Interno Alfano abbia anticipato la Procura di Bergamo nel dare la notizia e si sia per questo attirato numerose critiche sulla mancata riservatezza almeno sino alla convalida del fermo.  “ L’opinione pubblica aveva  diritto di sapere e di essere rassicurata ” ha aggiunto in sua difesa. Peccato che dalle sue parole Bossetti sembrasse  aver confessato il delitto,  cosa mai avvenuta. Abbastanza precario  poi il tentativo di correggere il tiro:  “ ovviamente la presunzione di innocenza vale per tutti ”. Siamo sicuri?

Di Anna Cecconello

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