E’ morto l’anti-coop Caprotti, patron di Esselunga

Si è spento all’età di novant’anni Bernando Caprotti, patron di Esselunga.

Nasce da una famiglia di industriali tessili, cotonieri; terminati gli studi in legge viene mandato dal padre negli Stati Uniti per impratichirsi nell’industria del cotone e della meccanica tessile (1951). Lavora nelle catene di montaggio di carde, ring (filatoi continui ad anello), telai, oltre che alla borsa cotoni di Wall Street. Dopo un anno di permanenza torna e, all’inizio del 1952, comincia il suo lavoro nella manifattura di famiglia in Brianza. Nell’estate del 1952, dopo la morte del padre, si trova a gestire l’impresa.

Nel 1957 si presenta l’opportunità di partecipare alla fondazione della prima società di supermercati in Italia, iniziativa di Nelson Rockefeller. Caprotti continua tuttavia il suo lavoro nel tessile e solo nel 1965 comincerà a occuparsi dei supermercati a tempo pieno. Rockefeller tre anni prima aveva ceduto la maggioranza dell’azienda alla famiglia Caprotti. La catena assume la denominazione di Esselunga. Negli anni viene creata una catena di 140 punti di vendita e alcuni grandi centri alimentari, tutti centralizzati riforniti da un centro di distribuzione unico: grandi negozi con reparti dedicati ai vari specifici settori, frutta e verdura, gastronomia, vini.

Bernardo Caprotti nel 1996 patteggia 9 mesi di condanna per tangenti alla Guardia di Finanza, più una multa (pari appunto all’importo della tangente pagata alla Guardia di Finanza). Il 21 settembre 2007 a Milano, presenta il suo libro, Falce e carrello.[3] Nel gennaio del 2010 riceve una laurea honoris causa in architettura all’università La Sapienza di Roma. Il 23 dicembre 2013, all’età di 88 anni, rassegna le dimissioni da tutte le cariche aziendali.

Celebre fu la causa intentata dalla Coop per il libro “Falce e carrello”

Nel suo volume, Bernardo Caprotti sostenne di aver incontrato ostacoli all’espansione del suo gruppo nelle regioni «rosse» e accusò le Coop locali di gravi scorrettezze commerciali, oltre che di intrecci indissolubili con la politica. Le prime sentenze nei confronti di Coop Estense e Coop Liguria diedero ragione a Bernardo Caprotti ed Esselunga.

Nel 2008 fu direttamente Coop Italia a querelare Caprotti: il 16 settembre 2011 il tribunale di Milano diede ragione alla ricorrente, sentenziando che il libro integrava «un’illecita concorrenza per denigrazione ai danni di Coop Italia»; Esselunga fu condannata per concorrenza sleale a un risarcimento di 300.000 euro (accogliendo quindi in parte la richiesta di Coop, che aveva chiesto un risarcimento di 40 milioni di euro) e al ritiro del pamphlet dal mercato, vietando inoltre di reiterarne la pubblicazione e di diffonderne i contenuti. Oltre a Caprotti e a Esselunga spa furono condannati anche Geminello Alvi, curatore della prefazione, Stefano Filippi, coautore, e la casa editrice.

Il 21 dicembre 2011, tuttavia, il giudice della prima sezione civile della Corte d’Appello di Milano ha accolto la richiesta di sospensiva presentata da Esselunga contro la precedente sentenza. Conseguentemente, in attesa del giudizio di secondo grado, il libro è stato ristampato e ridistribuito nel circuito commerciale. Anche il risarcimento è stato sospeso. Nell’ordinanza la Corte ha rilevato tra l’altro che il ritiro delle copie di Falce e carrello e il divieto di pubblicazione aveva «una sostanziale valenza di sequestro e censura», provvedimenti che possono essere attivati solo in presenza di stampa oscena, plagio, apologia del fascismo e scritti privi dei requisiti per individuare i responsabili.

Nel giugno 2012 l’Antitrust ha condannato Coop estense a pagare una sanzione di 4.600.000 euro e a rimuovere gli ostacoli alla concorrenza creati illegittimamente a danno della Esselunga.

Condannato a 6 mesi per diffamazione nel 2016. Si ringrazia wikipedia per le informazioni riportate in questa sua breve biografia. A nome della redazione le condoglianze da parte della redazione.