E ora gli anarchici giustificano malamente l’Assillo via posta

Dopo l’occupazione dell’ex-asilo in Via Manzoni a Trento da parte degli anarchici iniziata a fine marzo e sgomberata dopo le elezioni comunali del 10 maggio, da qualche giorno gli Antagonisti sono tornati alla carica con un nuovo Assillo occupando un altro stabile inabitato in Via Mattioli.

Ma questa volta, a differenza della scorsa, gli occupanti abusivi sembrerebbero intenzionati a conquistare il cuore della gente cercandone il consenso colpendo direttamente all’emotività dei cittadini trentini. Pare infatti che nei pressi di Via Mattioli gli abitanti abbiano rinvenuto nelle loro cassette delle lettere pagine strappalacrime scritte da un’anonima presunta partecipante all’occupazione dello stabile, la quale giustificherebbe l’atto violento e illegale descrivendosi come una persona che non ha avuto altra scelta.

La lettera inizia con la descrizione della condizione famigliare della presunta Antagonista: due fratelli e due sorelle, il padre pensionato e la madre bidella di scuola elementare, mentre lei studentessa fuori sede all’Università degli Studi di Trento. Insomma, una storia di vita quotidiana, di come molte se ne sentono di questi tempi di crisi. Tuttavia incongrua: infatti la ragazza accuserebbe proprio questa sua precaria situazione famigliare di non essere riuscita a entrare nella graduatoria della borsa di studio devoluta dalla Provincia. Nella lettera si legge: «Capirete quindi che i soldi in casa non sono tantissimi, e mantenere una figlia fuori sede costa. Quando ho potuto ho lavorato, ma quasi sempre senza un contratto, e questo non mi ha permesso di accedere allo status di studente lavoratore per cui non ho nemmeno la borsa di studio all’università».

Peccato che questo specifico passo della storia raccontata agli abitanti di Via Mattioli sia falso: infatti, come si evince dal bando dell’università, sia borse di studio sia alloggi universitari vengono devoluti dalla Provincia in base al reddito famigliare, più ai meriti universitari dal secondo anno in poi. Se la situazione descritta dalla ragazza fosse vera, la Provincia di Trento le avrebbe dovuto devolvere una sostanziosa borsa di studio e molto probabilmente anche un alloggio universitario. Per ottenere tutto ciò ci sono delle graduatorie, che vengono pubblicate una volta che l’università ha ottenuto le informazioni sui redditi famigliari degli studenti che inviano la richiesta. Quindi, se fosse vero che la nostra eroina non ha ottenuto borsa di studio e alloggio, non è assolutamente perché non le è stato riconosciuto lo status di studente lavoratore (infatti non tutti gli studenti universitari lavorano e studiano contemporaneamente), ma perché probabilmente dev’essersi dimenticata di fare richiesta alla Provincia e all’università.

Sfatato questo primo mito principale, la lettera prosegue descrivendo temi che interessano ultimamente a gran parte dell’opinione pubblica italiana: effettivamente la presunta occupante enuncerebbe problemi quali le pensioni minime estremamente basse, il lavoro poco retribuito, la povertà dilagante di questa sempre più spolpata Italia. Questioni già sentite ben prima che se ne accorgesse codesta fanciulla, a cui qualcuno ha già tentato di porre rimedio avanzando delle proposte risolutive, o su cui altri ci hanno speculato e fatto campagna elettorale, purtroppo. Ma a cui nessuno è venuto in mente di occupare con la violenza uno stabile per vie del tutto illegali ed incivili.

Oltre a ciò, la lettera continua con una considerazione scioccante: «Ho occupato la villetta di Via Mattioli, con tanti e tante, perché vedere case e palazzi lasciati vuoti mi fa rabbia. Perché lo Stato, l’università, la città, non hanno nessun interesse a farmi stare bene: la cosa importante è che io sia una cittadina disciplinata e produttiva, e poco importa se per essere all’altezza dei loro standard dovrei lavorare da mattina a sera senza prendermi un attimo per me. E’ una situazione che conoscete? Io credo di sì, nella mia famiglia è così, e il Veneto non è poi così lontano». Che dire? Benvenuta nel mondo degli adulti. Lavorare fa parte della vita, sia individuale sia sociale, e come si suol dire «non si possiede nulla se nulla si è guadagnato con le proprie forze».

Ma ancora più inquietante è ciò che segue: «Ho deciso di entrare in un posto senza chiedere il permesso, perché a chi dovrei chiederlo dal momento che lì non ci vive nessuno?». Certamente l’argomento delle case e dei palazzi lasciati vuoti fa arrabbiare molti cittadini, ma anche questo è un falso mito da sfatare: la casa in questione infatti è di un privato cittadino, e il principio di proprietà privata sta alla base di una società civile e rispettosa l’uno dell’altro. Se viene a mancare a questo tema fondamentale su cui poggia da sempre la nostra società, dove si potrebbe arrivare? Cosa potrebbe succedere se chiunque agisse come questi occupanti, che poi sfacciatamente sembrerebbero tentare di giustificare le loro ingiustificabili azioni?

Non è occupando stabili, seppur inabitati pur sempre privati, che si trovano le soluzioni: un problema non lo si dovrebbe risolvere coi mezzi bruti nel 2015, ma con manifestazioni pacifiche, con le raccolte firme e le petizioni, col dialogo con la classe dirigente che amministra Provincia e università. Sorge spontanea la domanda se questi Antagonisti, prima di occupare con la forza un’abitazione, abbiano provato per tali vie più civili e rispettose, sia per se stessi che per gli altri. Probabilmente no…

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di Giuseppe Comper

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