Penguin Random House: disputa sui licenziamenti tra i sindacati e la casa editrice

La Penguin Random House, la nota casa editrice statunitense, nata nel 2013 grazie alla fusione tra il gruppo editoriale britannico Penguin Group e la casa editrice statunitense Random House, è stata oggetto recentemente di un’aspra disputa con i sindacati britannici Unite e National Union of Journalists in seguito al mancato accordo sui termini di licenziamento dei dipendenti con sede a Londra della casa editrice .

La contesa è nata dopo che in una mail, fatta trapelare al The Guardian, l’amministratore delegato(CEO) della casa editrice, Tom Weldon, annunciava ai suoi dipendenti che il mancato raggiungimento dell’accordo avrebbe portato alla cessazione della sua collaborazione con i due sindacati. Una decisione che ha lasciato non poche perplessità e che si rivela in controtendenza con la linea politica attenta e responsabile verso i proprio impiegati mantenuta nel corso degli anni dalla casa editrice .

Ma cosa c’è dietro la decisione della Penguin Random House, che vanta un fatturato di 2,3 miliardi di dollari, di cessare questa collaborazione storica e soprattutto proficua, dato che gran parte degli autori che pubblicano sono giornalisti ? Visto la stabilità economica della casa edirice, il più grande gruppo editoriale nel mondo, bisogna chiedersi il perchè di questa decisione improvvisa.

Il contenzioso va ricondotto ad una questione di pari opportunità, a detta del CEO Tom Weldon, che nella lettera specifica che:

lo scopo della Compagnia è sempre stato quello di garantire equità e parità per tutti i colleghi di Londra e di assicurare che nessun gruppo di persone venga trattato differentemente in base alla sede in cui lavora o l’impiego che ha ricoperto precedentemente.

Si tratterebbe, dunque, di mantenere fede alla linea politica della casa editrice, che si è sempre battuta per colmare il creativity gap, come si può ben notare dal sito ufficiale della casa editrice, alla sezione Creativity Responsability.

I sindacati, però, raccontano un’altra storia. Come abbiamo già visto la Penguine Random House nasce dall’unione tra la casa editrice statunitense Random House, di proprietà della multinazionale tedesca Bertelsmann, e la casa di pubblicazione britannica Penguin Group, fondata nel lontano 1915 da sir Allen Lane, che portò al grande pubblico libri di qualità per la modica cifra di sei penny, pari al costo di un pacchetto di sigarette. La casa editrice, responsabile di aver pubblicato libri come “The Intelligent Woman’s Guide to Socialism, Capitalism, Sovietism and Fascism” di George Bernard Shaw e il controverso “Lady Chatterley’s Lover” di D.H. Lawrence, ha resistito negli anni finchè in tempi recenti, nel 2013, non ha deciso di fondersi con la Random House per far fronte alle perdite subite dai nuovi mutamenti nel campo dell’editoria, dall’e-commerce di Compagnie come Amazon, la più grande libreria online del mondo, alle nuove tecnologie(Kindle, iPad) che stanno mettendo in discussione il mercato librario cartaceo.

Da ciò nasce la necessità di far fronte comune e presentare un unico accordo ai dipendenti, che fino ad adesso si erano basati su accordi negoziati dal precedente proprietario della Penguin, Pearson. L’accordo stipulato tra Pearson e i suio impiegati era molto più favorevole( prevedeva tre mesi pagati in caso di licenziamento e un mese per ogni anno impiegato nella Casa Editrice) dei termini e condizioni di pagamento previsti dal nuovo accordo presentato dalla Penguine Random House, che abbassa notevolmente gli standard fissati dal suo predecessore, lasciando i dipendenti assunti nella casa editrice da meno di due anni completamente senza tutela.

A far scalpore, ovviamente, è il fatto che, qualora non si trovasse un accordo, verrebbe messa a rischio una categoria, come quella degli autori di libri, già di per sè precaria. I sindacati, infatti, rispondono proprio all’esigenza di quest’ultimi di essere rappresentati e tutelati in un campo, come quello artistico e creativo, che dà davvero poche certezze. Per questo motivo, molti autori sono scesi in campo per protestare contro la decisione della casa editrice, rivendicando proprio quel diritto alle pari opportunità e alla creatività che il CEO Tom Weldon ha citato come il motivo principale per cui si è posto il problema di rivedere l’accordo.

Sebbene non si possa negare che la Penguine Random House è sempre stata molto attenta e pioneristica per quanto riguarda l’attenzione verso l’inclusione e la rappresentazione di realtà diverse, non si può fare a meno di notare che chiudendo la porta ai sindacati, finisce proprio per togliere voce e visibilità alla categoria per cui si è tanto battuta.