Pokémon Go: cosa sta succedendo?

“Essere famosi su Facebook è come essere ricchi a Monopoli”, recitano numerose vignette targate Keep Calm. Questa frase goliardica calza a pennello per descrivere una vicenda che vede come protagonista un 25enne neozelandese che ha deciso di abbandonare il lavoro per tre mesi e viaggiare, pienamente (ed economicamente) supportato dai genitori, alla ricerca di 151 Pokémon. Il suo scopo è quello di diventare famoso. Suo padre ci spera tanto.

Non si tratta di un estremista nostalgico del cartone animato che era in voga negli anni Novanta, non si tratta di un caso isolato. Il neozelandese Tom Currie è soltanto uno dei fanatici di Pokémon Go, il videogioco per smartphone che nell’ultimo mese spopola in tutto il mondo, approdato legalmente in Italia da ieri, 17 luglio 2016.

La dinamica del videogame consiste nello spostarsi fisicamente per la città con il proprio cellulare in mano per catturare le creature nella realtà virtuale. A giocare non è la tanto criticata nuova generazione, non sono gli adolescenti di oggi, ma gli appartenenti alla gioventù dei ’90: gli odierni venticinquenni, trentenni.

I giovani in carriera, sugli sforzi dei quali dovrebbe ergersi la moderna società, preferiscono fuggire dai problemi e dalle responsabilità quotidiane rifugiandosi nel virtuale, trasponendo la dimensione digitale in quella reale, come il ragazzo di New York che giocando di notte a Pokémon Go è caduto in un laghetto. Non guardava avanti, non sapeva nemmeno dove si trovasse in quel momento, probabilmente. Lo preoccupava soltanto collezionare le creature fantastiche del gioco.

Pokémon Go funge anche da esca per i ladri. In Missouri, infatti, una banda di rapinatori, dopo aver scaricato l’app, adescava i giocatori davanti alle “palestre” dove questi si recavano per allenare i propri Pokémon.

Anche in Italia non è mancata l’euforia per questa nuova trovata sviluppata da Niantic, ma da ieri i server dell’applicazione sono in down a causa di un probabile attacco hacker. Quindi per vederne delle belle anche qui “da Noi” ci sarà da aspettare ancora un po’.

Di Alessandra Schirò