AL PATIRE VIRTU’: LA STORIA DEL PATRIOTA CIRO MENOTTI

Chissà se Temistocle Solera, quando compose i versi per il Va’ Pensiero di Giuseppe Verdi, canto degli ebrei prigionieri, pensò anche alla triste sorte che, undici anni prima era toccata al patriota Ciro Menotti. La condanna a morte ne aveva fatto un eroe. La breve vita lo aveva consacrato come l’idealista che combatte per le sue idee e muore per esse. Era stato impiccato a trentatré anni, dopo il voltafaccia del duca di Modena Francesco IV che aveva scelto di non assecondare più le sue idee rivoluzionarie e, tradendolo, lo aveva imprigionato. Al patire, virtù, avrebbe scritto poco più tardi Solera.

Furono proprio il tradimento, la sofferenza, la prigionia, l’ingiustizia a renderlo immortale. Simbolo del patriottismo italiano, nel 1880 fu immortalato della Biografia del Martire Italiano dallo scrittore patriottico Francesco Bianchi e Garibaldi chiamò uno dei suoi figli con il cognome dell’eroe.
L’Unità, oggi in fondo attuatasi soltanto a livello centralista e fiscale, fu tutt’altro che un ideale raggiunto romanticamente, raramente si ricorda l’eccidio dei briganti e dei Borboni fedeli a re Francesco e le espropriazioni dei contadini nel meridione, eppure, prima di quel Risorgimento talvolta stucchevole imposto dalla storiografia di regime, la storia d’Italia vide il sorgere di altri protagonisti, spesso martiri del loro stesso ideale.
La Storia volge al destino, il fato impera. Nonostante le odierne ingiustizie, polemiche dovute alla visione di un’Italia ormai terra di nessuno, abbandonata dall’Europa all’invasione clandestina e relegata dal proprio governo di non eletti a un tasso di disoccupazione che continua a salire, non vale la pena dimenticare coloro che morirono con il lieve sussurro del nome dell’Italia posato sulle labbra.

Francesco IV
Francesco IV

Essi di certo non credevano che quella terra per la quale diedero la vita, sarebbe un giorno divenuta così. Tra essi Ciro Menotti, che come racconta il Bianchi, non senza un velo di patriottismo epocale, sale sul patibolo a testa alta, in una fredda alba del 26 marzo del 1831; perdona il boia, compiange l’amata consorte e i quattro figlioletti. Appena due mesi prima, nel gennaio dello stesso anno, aveva organizzato nei minimi dettagli la sollevazione popolare, contando nel consenso dei modenesi e sperando di liberare il ducato dal governo austriaco. Il duca Francesco IV aveva addirittura aderito alla sommossa, sperando di divenire lui stesso re di tutta l’Italia, avendo sposato una principessa Savoia e reputando il ducato assegnatogli troppo piccolo per le sue ambizioni. Tuttavia, con un ambiguo voltafaccia, forse timoroso di essere poi ucciso dai rivoltosi, aveva condannato il suo conoscente Menotti a morte.
Vittima probabilmente di una calunnia, Menotti negò sempre di aver attentato alla vita del duca e ricordò anzi di avergli anche salvato la vita in due differenti occasioni. Non se ne pentì, sostenne, mentre ormai giungeva il tempo che posasse il capo sul patibolo.
La lettera che aveva scritto in carcere alla moglie, colma di dignità e priva di suppliche di vendetta, venne consegnata alla vedova soltanto due anni dopo, per evitare il rischio di sommosse patriottiche subitanee all’esecuzione di colui che ormai era considerato un eroe. Ciro Menotti morì all’età di trentatré anni e divenne sin da subito un martire del patriottismo che già s’andava accendendo.
Ma la conclusione dei moti di cambiamento, come sappiamo, si ebbe con l’incoronazione di un altro re. Dagli Asburgo ai Savoia, il potere sempre nelle mani di un despota, con l’umana ambizione di allargare i suoi domini, sempre di più. E, cosa ancor peggiore, l’identità ducale sradicata dalla storia d’Italia.
Ma Modena, e tutta l’Italia, forse ricorderà per sempre i protagonisti che fecero grandi i suoi secoli e Ciro Menotti incarcerato per l’utopia di una giustizia resta simbolo di una speranza, per la quale, forse, valga la pena morire. Al patire, virtù.

Chantal Fantuzzi

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