D’ANNUNZIO: IL POETA PATER PATRIAE

Alla vigilia dell’entrata dell’Italia nella Prima Guerra mondiale, l’opinione pubblica appariva profondamente divisa nel dibattito originatosi tra interventisti e neutralisti. Tra i primi, figura di spicco fu sicuramente Gabriele D’Annunzio , il poeta Vate di cui si servirono gli irredentisti per persuadere le folle a sostenere la causa della liberazione di Trento e Trieste, derivante dall’auspicabile vittoria del Paese nel conflitto.

L’interventismo di D’Annunzio non fu mera retorica né sterile incitamento al combattimento; il suo atteggiamento, infatti, ricalcò esattamente quello del condottiero leader, che non si limita a fomentare i suoi soldati contro il nemico, bensì combatte attivamente, testimoniando coi fatti quanto trasmesso a parole.

Convinto nazionalista e abile maestro dell’ars oratoria, D’Annunzio preparò il terreno di battaglia attraverso numerosi discorsi politici indirizzati alla stessa folla che, invece, disprezzava artisticamente parlando. Eppure, il persuasore  non è tale senza il persuaso, principio da subito chiaro al poeta, che a Quarto sfrutta l’inaugurazione del monumento ai garibaldini per diffondere il pensiero interventista.

Calato nei panni del “nuovo Messia”, D’Annunzio si ispira a quello che le Sacre Scritture riportano come “il Discorso della Montagna”, in cui Cristo pronuncia le nove Beatitudini. Numerosi sono i richiami alla religione cattolica, solido collante per il popolo italiano, così come molteplici sono i riferimenti artistici e bellici. L’abilità di D’Annunzio, però, sta nei continui richiami al passato glorioso dell’Italia, un passato comune e condiviso in veste di “popolo italiano”. Il superuomo, elevatosi sempre al di sopra della folla, ora si pone sullo stesso piano; o meglio: consapevole del ruolo centrale della massa nel realizzare i suoi progetti di gloria, la prende per mano e le illustra la grandezza attraverso le parole.

La metafora del fuoco che arde è la più ricorrente, anche per la sua insaziabilità:”Il fuoco cresce e non basta. Chiede d’esser nutrito. Tutto chiede, tutto vuole”. D’Annunzio parla, poi , di una “chiusa fornace” ormai accesa, riferendosi chiaramente al sentimento interventista ormai insinuatosi nei cuori degli Italiani. Il discorso si chiude con le “nuove Beatitudini”, in cui risalta soprattutto la sesta:”Beati quelli che, avendo ieri gridato contro l’evento, accetteranno in silenzio l’alta necessità e non più vorranno essere gli ultimi, ma i primi”. Si tratta di una chiara allusione ai neutralisti, che invano cercarono di spegnere il fuoco del nazionalismo italiano.

Altrettanto violento nei toni fu il discorso di D’Annunzio a Roma contro Giolitti, schierato neutralista. Il poeta, in quell’occasione, si espresse così:”Noi siamo sul punto di esser venduti come una greggia infetta. Su la nostra dignità umana, su la dignità di ognuno […] sta la minaccia d’un marchio servile”. I temi su cui gioca D’Annunzio, questa volta, sono lo stato di servitù e la passività del popolo italiano che non si rende artefice del proprio destino di libertà e gloria e si affida, piuttosto, ad una classe dirigente immobile e timorosa.

Alla vigilia del 24 Maggio, si parlava di “riscatto interno” (contro i neutralisti) e del futuro riscatto che l’Italia avrebbe conseguito oltre i confini (nel conflitto). Il Paese doveva intervenire per due motivi: l’ingiusta esclusione dalle decisioni della Triplice Alleanza e l’agognato completamento dell’Unità d’Italia che, all’epoca, non comprendeva i territori di Trento e Trieste, appartenenti all’Impero Austro-Ungarico. In una guerra che stava coinvolgendo tutte le principali potenze europee, l’Italia non poteva rimanere a guardare e D’Annunzio lo sapeva bene. Fu per questo, dunque, che si arruolò attivamente tra le milizie e si pose a capo di numerose imprese goliardiche, che lo portarono perfino alla perdita dell’occhio destro.

D’Annunzio fu abile nel porre la demonizzazione dei neutralisti al centro della sua estenuante propaganda bellica, intuendo come fosse più semplice aizzare la folla dopo aver individuato un nemico comune. D’Annunzio, l’esteta che puntava a rendere la propria vita un capolavoro, non poteva permettere che un momento tanto propizio per l’Italia fuggisse via senza essere stato sfruttato.

Nell’epoca d’affermazione dei mezzi di comunicazione di massa, D’Annunzio riuscì a dar forma al suo ideale di unione tra popolo e leader carismatico, incarnazione del superuomo nietzschiano capace di porsi al di sopra e allo stesso tempo di fondersi con la folla. D’Annunzio fu un poeta-Vate nella fase precedente al conflitto e un poeta-soldato durante la guerra vera e propria.

Alcuni storici affermano che l’interventismo “scelse la via della piazza”, senza alcuna imposizione forzata. Esso riuscì a suscitare, attraverso le parole, la stessa violenza che avrebbe poi applicato nello scontro fisico, rivolgendosi non alle menti degli italiani, bensì ai loro cuori. Se in epoche precedenti il potere politico si era servito degli artisti per veicolare determinati messaggi, pur rimanendo due cose ben distinte, ora i due ambiti si fondono, fino a non distinguere la linea sottile tra condottiero e poeta.

L’intervento fu, dunque, proposto da figure come D’Annunzio, ma fu optato e legittimato dal popolo, convinto, durante le manifestazioni delle radiose giornate di Maggio, a partecipare attivamente al disegno di gloria cui il Bel Paese era destinato.

di Antonella Gioia

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