INTERVISTA AD EMMA MORICONI, REGISTA DI “SANGUE SPARSO”

Un film che racconta gli anni di piombo visti da Destra

Dal 12 Giugno nelle sale cinematografiche è possibile andare a vedere “Sangue Sparso”, la pellicola della regista Emma Moriconi, che racconta degli anni di piombo e delle stragi, ma questa volta non si tratta del terribile rapimento di Aldo Moro o di qualche evento già ampiamente finito agli onori della cronaca. “Sangue Sparso” racconta dei delitti subiti dai più giovani militanti del Movimento Sociale Italiano dell’epoca, adolescenti che pagarono il prezzo di un odio insensato eppure perfettamente inserito negli anni della strategia della tensione e delle barricate ideologiche. Dunque questo film racconta quegli anni come mai era accaduto prima.
Dottoressa Moriconi, come le è stato possibile realizzare “Sangue Sparso” e quale associazione la ha aiutata? 
Le Istituzioni le hanno dato una mano?
La realizzazione di Sangue sparso non è stata affatto facile. Sono molto grata a Sabrina Virgili, che ha creduto nel progetto e ne ha curato la produzione, e all’associazione culturale La Giara Nera, che ci ha supportati sin dall’inizio. Devo essere grata, infine, alla distribuzione, alla Flavia Entertainment che con coraggio ha creduto nel progetto e ha speso tante energie per veicolarlo. Il film ha ricevuto la qualifica di Film di interesse culturale dal Ministero per i Beni Culturali e un finanziamento non a fondo perduto, che ci ha consentito di supportare quasi un terzo delle spese della produzione. Certo, le difficoltà sono state tantissime e di ogni genere. Le abbiamo superate, non senza difficoltà. La Regione Lazio ha dato un patrocinio gratuito al film, dunque sebbene non lo abbia in alcun modo finanziato, ne ha apprezzato il fine. Sangue sparso, inoltre, è stato selezionato al Festival “Un film per la pace”, e anche questa è una grande vittoria per tutti noi. Per me, per noi, pensare che le storie dei ragazzi uccisi negli anni di piombo siano “di interesse culturale” per questo Stato, significa moltissimo. Prima di tutto che quel pezzo della nostra storia non giace più nel dimenticatoio.

 L’opera non racconta tutti gli anni di piombo, ma non racconta nemmeno soltanto la strage di Acca Larentia, piuttosto parte da quel 7 Gennaio del 1978 e prosegue il suo racconto fino ad i primi anni ’80, perché è partita proprio da lì?  

Perché Acca Larentia fu uno spartiacque in quegli anni difficili. Un simbolo. Tale è percepito anche oggi, nonostante le storie di sangue riferibili a quel periodo siano iniziate molto prima. Acca Larentia cambiò il modo di percepire il pericolo che chiunque frequentava una sezione correva semplicemente uscendo di casa per un’affissione o per un volantinaggio pacifico. Certo, quegli anni andrebbero raccontati tutti. Spero davvero che, dopo aver “rotto il ghiaccio” con Sangue sparso, qualcuno con più esperienza e più “fama” di me (e anche con maggiori mezzi) decida di mettersi dietro alla macchina da presa per farlo fino in fondo. Sangue sparso assesta una spallata al muro del silenzio, spero che sia solo la prima.
 La sua è una pellicola coraggiosa, forse nonostante siano passati più di 30 anni vicende come quelle di Acca Larentia lasciano ancora spazio a polemiche di carattere ideologico, qual’è la funzione sociale che ha immaginato per il suo film?
Innanzitutto sono orgogliosa di aver mandato sul grande schermo storie, immagini, situazioni che prima di Sangue sparso erano riposte nei ricordi di pochi e faticavano ad uscire dal cassetto della memoria di una comunità. Mi è capitato di parlare con persone del tutto estranee all’ambiente politico-militante e di poter apprezzare il fatto che venivano per la prima volta a conoscenza dei fatti che Sangue sparso racconta. Ho messo sul grande schermo il “Presente” di Acca Larentia, per dire che dopo 36 anni c’è ancora chi ricorda e per far capire che non è una provocazione ma un momento di raccoglimento di una comunità che onora i propri morti. La funzione sociale che ho immaginato è quella di un messaggio duplice: il primo, che non ci sono “morti di serie B”. Il secondo, che si moriva a destra (senza colpevoli, spesso senza indagini o con indagini lacunose, senza giustizia), ma si moriva anche a sinistra. E il sangue versato a vent’anni ha lo stesso colore.
 
A Destra si è conservato a lungo l’ideale della morte eroica, della “bella” morte, si pensi a Yukio Mishima che è stato consacrato come icona di Destra anche per questa ragione, si può dunque immaginare come i tanti giovani assassinati durante gli anni di piombo siano passati alla memoria dei militanti come dei piccoli eroi.
 Il suo film riesce a mettere invece in primo piano l’importanza della Vita, crede che qualche anno fa nell’area della destra identitaria le sarebbe stato possibile realizzare un film che non rappresenta l’apologia della militanza, ma è una sincera e profonda riflessione sulla sacralità della Vita?
La destra cosiddetta identitaria, ieri come oggi, è un insieme molto eterogeneo. Non basta, a mio avviso, il termine “identitaria” per raggruppare sotto un’unica denominazione quel mondo oggi disperso in mille rivoli che è la destra italiana. Del resto, anche nelle radici di quella che noi oggi chiamiamo “destra” ci sono un’infinità di sfaccettature, ciascuna con il suo punto di vista, ciascuna con la sua “anima”. Penso alle mille anime del Fascismo, penso alle mille anime della Repubblica sociale, penso anche alle mille anime che convivevano dentro il Movimento Sociale Italiano e che si formarono fuori di esso e comunque riconducibili a quelle radici. Se avessi  fatto un film dedicato all’apologia della militanza probabilmente lo avremmo visto in sezione e sarebbe stata un’esperienza certamente importante per la nostra comunità umana e politica, ma avrebbe avuto il significato di un’ autocelebrazione, un “amarcord” ad uso interno. Quello che volevo, nel mio piccolo e con i miei pochi mezzi, era far uscire quelle storie dal circuito militante, raccontarle agli altri, a quelli che non sanno. Non so se qualche anno fa sarebbe stato possibile. Probabilmente no. Ma altrettanto probabilmente, se non avessimo scelto, anche con un po’ di incoscienza, di armarci e partire, non sarebbe stato possibile neppure oggi. Perché, oggi più di allora, le “anime” di questo mondo sono tantissime, ciascuna con il suo legittimo punto di vista, ciascuna con la sua sensibilità riguardo a certi fatti, com’è ovvio, a pensarci bene, che sia. Io stessa ho vissuto un periodo in quegli ambienti, nel Fronte della Gioventù di fine anni ’80 – primi anni ’90. Ne ho respirato l’atmosfera, ne ho apprezzato lo slancio giovanile ed emotivo. Ricordo il mio primo “Presente”, da ragazzina, a Piazza Vescovio per Francesco Cecchin, e quel gelo nell’anima per un giovane morto senza un perché. Ricordo la gente che passava davanti a quella targa, a Via Montebuono, che ci vedeva schierati e si chiedeva “chissà che è successo?”, ignari di ciò che stavamo facendo. Ignari che lì, tanti anni prima, un ragazzino era stato ammazzato di botte. Un ragazzino che non aveva alcuna colpa, sorridente, gentile. Un ragazzino che, come tanti, troppi, aveva lasciato una famiglia ed una comunità a piangere la sua fine. Ricordo il tg di quel 7 gennaio 1978, quando ero solo una bambina e avevo paura di quello che sentivo e che vedevo nella tv in bianco e nero del soggiorno di casa mia. Storie che, dopo i primissimi giorni di clamore mediatico, erano rimaste chiuse nei fascicoli giudiziari. Volevo raccontarle a chi non sa. Perché questo Paese deve riappropriarsi della propria storia. Tutta.
Raffaele Freda

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