Intervista ad un reduce della battaglia di El Alamein

La battaglia di El Alamein è uno di quegli episodi della seconda guerra mondiale in cui l’esercito italiano ha dato miglior prova di sé. Tant’è che, con speciale riferimento alla divisione paracadutisti Folgore, è ormai cosa risaputa che gli inglesi, una volta che i nostri paracadutisti, dopo aver subito perdite gravissime e dopo aver resistito ad oltranza, si sono arresi, hanno reso loro l’onore delle armi.

La grandezza di questo episodio ha fatto sì che persino il nostro cinema del secondo dopoguerra, di solito così pronto a celebrare il cedimento dell’esercito italiano di fronte agli eserciti invasori, ha prodotto un film, appunto “El Alamein – La linea del fuoco” (2002), in cui i nostri soldati non vengono raffigurati soltanto come intenti a mangiare spaghetti, suonare il mandolino, o a corteggiare belle popolane (vedi in proposito ad esempio il film di Salvatores “Mediterraneo” del 1991), ma vengono raffigurati anche nell’atto di combattere valorosamente, nonostante l’inferiorità dei mezzi a loro disposizione nell’offensiva scatenata dal generale inglese Montgomery.

È stato quindi per me, fuori da ogni retorica, un vero onore poter parlare con un reduce di questa incredibile vicenda. Mi riferisco al paracadutista Dionisio Liotto, classe 1921, originario di Vicenza ma che ha vissuto una vita intera a Rovereto, che ho avuto il piacere di intervistare per “Secolo Trentino”. Di seguito riporto il resoconto, nei suoi punti principali, della lunga chiacchierata che abbiamo fatto in presenza della figlia Mirella a Rovereto.

Il signor Liotto inizia il suo racconto proprio con il ricordo di quella terribile battaglia. Era il 23 ottobre del 1942 quando, dice Liotto, l’esercito inglese ha scatenato un intensissimo tiro di artiglieria contro le linee italiane. Di lì a poco, prosegue Liotto, sono comparsi i primi carri inglesi, con la fanteria che procedeva nascosta dietro ai carri stessi. Liotto ricorda come non appena i fanti uscissero allo scoperto venissero fatti bersaglio dai paracadutisti. Quanto ai carri armati la strategia degli italiani era duplice: singoli soldati si nascondevano in piccole buche e quando i carri vi passavano sopra attaccavano sotto ad essi delle bombe; oppure gli italiani attendevano che i carri raggiungessero la cima delle dune per colpirli con i mortai da 80, così che i cingoli si spaccavano ed i mezzi risultavano inutilizzabili. Capitava che i carristi inglesi si accorgessero della presenza dei soldati italiani nascosti nelle buche ed allora si giravano sulle buche fino a che non riuscivano a schiacciare il soldato che vi si trovava all’interno. In poche parole la linea italiana tenne, mentre più a nord i tedeschi avevano già cominciato a ritirarsi.

Poi, prosegue Liotto, dopo qualche giorno di battaglia, arrivò di notte l’ordine di arretrare. Incalzati dagli inglesi che li bersagliavano con il cannone da 88 e procedendo sostanzialmente a piedi, i paracadutisti, sfiniti dalle fatiche della battaglia, arretravano nel deserto. Qui il racconto di Liotto si sofferma su un particolare drammatico: un suo commilitone, tale Vigna, sofferente per la sete e ormai incapace di proseguire gli chiese di sparargli, perché non voleva cadere prigioniero degli inglesi. Liotto, che ancora si commuove al ricordo, non poteva e non voleva acconsentire a questo desiderio, e fu costretto a lasciare questo suo amico indietro. Qui, come in molti altri punti del racconto, la narrazione si interrompe per la commozione ancora fortissima che prova il reduce al ricordo di quei terribili momenti.

L’arretramento continuò, in modo disordinato, fino a che Liotto ricorda di essersi trovato completamente isolato. Egli racconta quei momenti drammatici: salì su una duna convinto di poter procedere in quella direzione, ma una volta giunto in cima vide dei carri inglesi. Allora ridiscese precipitosamente, ma gli inglesi erano anche alle sue spalle ed iniziarono a sparargli. Liotto si gettò a terra in preda alla disperazione, non sapendo più dove procedere. Ormai, dice Liotto, “era impossibile procedere oltre e quindi fui costretto ad arrendermi”. La commozione provata da Liotto al ricordo dell’umiliazione per aver dovuto alzare le mani mentre si consegnava agli inglesi, determina un altro lungo momento di pausa nella narrazione. Una volta appurato che era della Folgore i soldati inglesi ebbero pietà di lui e delle condizioni in cui si trovava il piccolo (di statura) e giovane soldato italiano e gli diedero un pacchetto di biscotti ed una tazza di the.

Fatto prigioniero Liotto ricorda come fosse stato trasferito prima ad Alessandria d’Egitto e poi ad Ismailia. La notte ad Alessandria, dice Liotto, fu particolarmente dura perché patì molto il freddo, buscandosi una bronchite dei cui postumi soffre ancora oggi.  Ad Ismailia invece venne rinchiuso in una delle 21 gabbie a cielo aperto che erano state allestite dagli inglesi per i prigionieri italiani. Qui incredibilmente, ricorda Liotto, ritroverà il suo amico Vigna che credeva essere morto e che invece era riuscito miracolosamente a sopravvivere.

A questo punto una parte dei prigionieri, tra cui Liotto, venne trasferita in India con l’intento di farli combattere contro i giapponesi che avevano occupato l’Indonesia. Poi però lo sgancio della bomba atomica da parte degli americani costrinse i giapponesi alla resa, così Liotto fu riportato in Italia dove sbarcò, dopo aver sostato presso Suez, nel porto di Taranto.

Questo in estrema sintesi il contenuto della nostra chiacchierata, la chiacchierata con un uomo che nonostante i naturali acciacchi dell’età ha conservato uno spirito lucido e una notevole precisione nella ricostruzione dei singoli dettagli. Ripeto per me è stato veramente un onore poter ascoltare l’esperienza di un combattente che ancora oggi ricorda e rivendica con orgoglio l’appartenenza alla Folgore e l’aver fatto, al meglio delle sue possibilità, il suo dovere, in uno scenario di guerra così difficile quale fu quello della battaglia di El Alamein. È la storia di un ragazzo che ha affrontato giovanissimo l’esperienza della guerra, una guerra terribile quale fu la seconda guerra mondiale in Nord Africa, in cui gli italiani si sono trovati a combattere in condizioni ambientali difficilissime e, come è ormai stato appurato dalla storiografia, in situazione di netta inferiorità quanto a mezzi e uomini rispetto alle forze “alleate”, riuscendo ciononostante a tenere loro validamente testa.