Julius Evola il maestro della tradizione -parte seconda- il pensiero politico

Uno dei luoghi comuni che riguardano Evola vuole che questo autore sia, per quanto riguarda la sua posizione politica, semplicemente un fascista. Per chiarire la sua collocazione rispetto al fascismo Evola ha scritto un saggio piuttosto lungo ed articolato intitolato: Il fascismo. Saggio di una analisi critica dal punto di vista della destra (1964).

In tale saggio il filosofo ha criticato una serie di elementi anche molto importanti del fascismo, partendo da una posizione che egli definisce “di destra”. Qualcuno potrebbe pensare che abbia scritto questo saggio nel secondo dopoguerra per, a posteriori, difendersi da possibili accuse di compromissione con il regime, ma in realtà, sempre che si abbia la pazienza di andarsi a leggere ciò che Evola effettivamente ha scritto, si troverà che la sua posizione è rimasta sempre sostanzialmente la stessa.

Evola sperava che il fascismo, cui riconosceva il merito di aver rimesso al centro del discorso politico il valore dello Stato e l’importanza del concetto di autorità, potesse “rettificarsi” in senso tradizionale liberandosi così da elementi demagogici e “moderni”.
Ma non è su questa sterile questione che volevo soffermarmi in questo articolo. Piuttosto mi interessava accennare alle caratteristiche generali della originale posizione politica evoliana.

Come si diceva nello scorso articolo, a mio giudizio, Evola deve essere considerato un pensatore fondamentalmente reazionario, ancorato ad una prospettiva sostanzialmente premoderna. I suoi modelli sono, da questo punto di vista, non tanto i regimi totalitari di destra del novecento, quanto piuttosto alcuni organismi politici del passato quali ad esempio l’impero romano ed il Sacro Romano impero medievale. Ciò che qualifica queste formazioni politiche considerate esemplari da Evola è lo stretto legame fra dimensione politica e dimensione spirituale, fra autorità politica da una parte e dimensione sacrale dall’altra. Gli antichi imperatori romani non erano infatti, dice Evola, semplici capi politici ma erano anche e soprattutto “pontefici”, ossia facitori di ponti tra mondo materiale e mondo spirituale. Stessa cosa, dice Evola, vale per gli imperatori medievali, il cui ruolo era centrale anche sul piano della vita religiosa delle comunità (in proposito basti ricordare l’esempio di Carlo Magno).
La causa della moderna decadenza politica, giudizio da cui Evola parte sulla scorta delle analisi svolte in proposito da Nietzsche, è da ricercarsi per lui proprio nella netta separazione venuta ad affermarsi nella modernità fra dominio politico e dominio spirituale. Gli stati moderni dice Evola sono diventati entità puramente laiche, in cui l’autorità politica non interviene nelle questioni di carattere religioso in quanto le ritiene attinenti alla dimensione privata della vita dei cittadini. Ma per Evola svincolare la politica dalla religione vuol dire snaturarla, perderne il senso. Infatti per lui ingiusta ed insopportabile è ogni autorità, così come ingiusta e violenta è ogni legge che non poggi su di un fondamento spirituale. In una parola, ripeto, l’errore della modernità per Evola consiste in quello che di solito viene indicato come il suo principale merito: la secolarizzazione.

Lo stretto legame fra politica e spiritualità giustifica l’affermazione per cui per Evola la via politica costituisce una delle strade che consentono all’uomo di realizzare sé stesso, in quanto essere eminentemente spirituale.

L’altra via è quella della contemplazione, ossia della vera conoscenza. Pensare la politica in termini di mero utilitarismo, come fa la filosofia politica moderna è perciò per Evola profondamente sbagliato.
In conclusione su questo argomento accenno soltanto ad una questione che lascio aperta e che meriterebbe un approfondimento. Essa è stata sollevata per la prima volta da quello che secondo me è il più profondo interprete del pensiero di Evola, almeno per quanto riguarda il suo aspetto politico, ossia il filosofo francese Alain de Benoist. Nel suo saggio introduttivo alla più importante opera politica di Evola, Gli uomini e le rovine, de Benoist si chiede se nel pensiero di questo autore la politica abbia una sua autonomia o se invece essa debba essere totalmente ricondotta alla metafisica ed all’etica.

Data la forte tensione metafisica interna a tutto il pensiero di Evola mi sentirei di propendere per la seconda opzione anche se appunto si tratta di una questione complessa su cui sarebbe necessario ritornare

Simone Marletta

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