Più è brutto e più piace: Welcome to the LIKE Community

Bellezza e bruttezza? Bello e brutto? E’ un istinto animale! Per tornare scevri dallo spirito commerciale dovremmo – ahinoi – dare un’occhiata a quanto accade nel mondo animale. Nel mondo animale ogni diversa specie ha un suo modo per attirare l’attenzione e per mostrarsi come “bello” agli occhi del potenziale partner.

Dunque è stupido affermare che la “bellezza” nelle persone non esista o meglio che sia un concetto relativo, come però è altrettanto stupido affermare che la “bellezza” sia un quid estetico. Tra bellezza intesa come equilibrio delle forme e la bellezza intesa come estetica del sentimento o dell’attrazione c’è un’enorme differenza. Bello è sano? E’ felice? E’ nuovo?

Se di bellezza si parla non si può non parlare di corpo, di viso, di attrazione. Ma anche di salute, di energia, di emozioni.
Mode e costume si mescolano, tra le forme di espressione contemporanee, arrivando a dettare canoni di “bellezza” estetica che sono lontanissimi dalla bellezza naturale.

Cani, gatti, uccelli (esempio tipico sono il gallo o il pavone o il leone) ma anche tutte le altre specie, hanno dei modi ben precisi per esibirsi, per mettersi in mostra, che sono fortemente legati all’attrazione sull’altro sesso, e non è un fatto solo riproduttivo. Insolito: i maschi, nelle specie animali, si mostrano alle femmine molto più di quanto non lo facciano gli uomini verso le donne, e già dovremmo porci molte domande. Come mai negli esseri umani ad agghindarsi è la donna, quando in tutte le altre specie a farsi notare è il maschio?

E’ proprio così. Welcome to the LIKE Community! Assuefatti e annoiati passiamo per “bello” quello che ha successo e che piace, ma per altre culture il “nostro” bello potrebbe essere una schifezza. Pubblicità comparativa e pensiero libero.

Uno dei casi più evidenti di scollamento tra natura e moda è la magrezza: l’essere magri a tutti i costi non è per tutte le culture segno di bellezza; la donna “rubiconda e pacifica” ad esempio, rappresenta per l’oriente un modello di bellezza ancora intonso che richiama istinti primigeni, voglia di mamma, di affetto, anche di sessualità.

Ma non è solo la magrezza: per molte culture l’abbellimento della persona dipende da quanto si decora, da come si presenta nel suo complesso. Persino nelle tribù dell’Africa centrale, dove la nudità non è tabù, bensì norma, la donna si copre, per abbellirsi.

Ora – noi italiani, europei – viviamo in una società concepita all’incontrario, dove il benessere non si misura più nell’essere vestiti, bensì nell’essere truccati/agghindati (si spera anche puliti); la salute non significa più mangiare parecchio ed essere ben forniti di curve, ma seguire la dieta migliore per non ingrassare.

Quanto più lontano siamo dall’ideale di perfezione e di bellezza classici che si esplicita in un perfezionamento di come siamo e di come specialmente siamo venuti al mondo?

Penso che la bellezza di oggi, che vuole le donne magre e svestite, truccate e agghindate, dipenda più da una necessità: le masse che comprano non sono ultraricche.

Scompaiono i vestiti sontuosi, che coprono, fatti di materiali pregiati per lasciare il posto alla donna desnuda, perché i soldi delle masse non consentono un armadio stracolmo di vestiti di valore, i quali hanno costi improbabili e un mercato risicato (attualmente l’Arabia Saudita mette al tappeto, per commercio di abiti di lusso e di auto di lusso, l’Europa); scompaiono le abbronzature naturali, perché la gente lavora, è pallida, non può permettersi tre mesi di vacanza in estate e due mesi di sole in inverno, carenza che viene a supplire con le lampade e con i fondotinta; donne magre, perché il dolce far niente e il rimpinzarsi è segno di tempo libero e di pasti ricchi, che non sono esattamente il target di operai, lavoratori, impiegati, coloro che hanno ancora soldi da spendere; scompaiono i gioielli milionari per lasciare lo spazio a bigiotterie e smalti, colori che suppliscono agevolmente all’idea di bellezza connessa al lusso.

E allora perché la bruttezza, che per la moda di oggi consiste nell’essere grassocci e coperti, ha la meglio? Obesità? Mancanza di sport! Trascuratezza? Mancanza di autostima! E però no, non è scontato.

Elogio della classe che spende: più è impoverita, più la moda dovrà andare incontro alle sue possibilità! Conquista liberale, di un contesto anche italiano che – a tutti i costi – ha cercato l’omologazione con gli USA, definendone un mito, perdendo una cultura della bellezza classica, del piacere, per puntare a qualcosa di più semplice, ma anche banale, in quanto notorio, cioè nostro, insomma la novità che non c’è.

L’emozione della bellezza di oggi somiglia al disgusto. Più siamo belle e più siamo “cesse” perché seguiamo un modello di bellezza povero, sterile, ma tutt’altro che umile. Insomma saremmo persone destinate ai cenci, ma vogliamo – con tutte le forze – restare al passo con i tempi e per farlo dobbiamo – per forza di cose – passare dal Rich al Cheap, perché il GAP ormai è tale che siamo assuefatti. Auto, vestiti, gioielli, elettrodomestici, partner, tutto è usa e getta, perché non merita di essere conservato in eterno. Il tragico destino del consumista medio. Con la voglia di cambiare macchina tra una moglie e l’altra e di cambiare arredamento tra un marito e l’altro.

Eppure l’alternativa ci sarebbe: si chiama cultura, ma cultura non fa rima con consumismo e – fatto salvo cambiamenti radicali di direzione – dovremmo convivere con la società della bruttezza, che importa bruttezza da ogni dove, pagandola, tuttavia, a chi ce la passa per “bella”.

Di Martina Cecco