Quando il prete lo vedevi da lontano: il commercio dei simboli e il relativismo sociale

Il romanticismo retrò e il senso pratico non vanno d’accordo. I tempi in cui il “prete” era una personalità temuta sono ben lontani: il prete giudicava ma anche poteva assolvere, richiamava ma anche poteva dare supporto; egli aveva un compito sociale ben definito che – senza dubbio – aveva una grande importanza o comunque un discreto potere. Siamo negli anni ’30 – ’50.

Il “potere” dei preti – se di potere si potesse parlare – è venuto via, via meno proporzionalmente all’importanza che si è data alla “veste” del prete. Da temibile giudice in abito nero a venditore apostolico di “aspirapolveri” d’anime in giacca e collarino rigido il passo è breve.

Esso, nel declino della società liquida, rincorre la moda del relativismo sociale, ideologico, pure tecnico: nessun presidio, nessun interesse, senza simbologie ognuno è tutto ciò che conta per se stesso. Ma questa non è la libertà di coscienza, è solo la libertà di costume.

Ora, che un “prete” si vergogni di indossare un abito che è parte del proprio mestiere di apostolo è il colmo dei colmi: se l’apostolo non indossa i segni concreti della sua propria missione clericale, visibili da lontano, perché affidarsi a costui?

Andando a scavare nei cassetti della memoria ci rendiamo conto che l’abito lungo quello che appunto è detto “talare” raramente ce lo siamo trovato davanti in tempi recenti. Monaci, frati, suore, tutti portano un abito religioso riconoscibile da lontano, ma loro no: i preti si sono liberati di questa veste, che è sparita – negli anni sessanta – lasciando il posto a un completo nero con il collarino; le donne hanno preso ad uscire in minigonna e i preti ad indossare la giacca e il pantalone. Rivoluzione! Ecco quelli che sono stati riconosciuti come gli anni della rivendicazione dei diritti sociali. Gli anni sessanta!

La CEI ha stabilito che la “talare” sia il solo simbolo dell’ecclésia – con l’accento sulla E – nel Marzo 1966: il “clergyman” invece – cioè il completo nero – viene indossato dai preti e dai vescovi con forti restrizioni: logicamente (non vedo alternative se non follie) non si indossa per l’esercizio del Ministero – ci sono i laici celebranti, non sono consacrati, la distinzione si dovrà pur fare o è tutta scena – per l’Amministrazione dei Sacramenti e dei Sacramentali, per la celebrazione della santa Messa, per la predicazione e per la scuola di religione.

Il vestito elegante del prete e del vescovo quindi è un completo giacca e pantalone nero o grigio ferro con il colletto detto romano. Questo colletto, che esclude maglioni, camicie ed altro, diventa l’elemento più qualificante dell’abito “tollerato”.

Insomma se il prete non presidia il territorio e non vuole farsi vedere come tale un problema c’è: non basta la crocetta all’occhiello, del tutto incapace di fare individuare facilmente il Ministro del culto cattolico.

Quindi pensiamoci bene, perché nei pressi del Vaticano, ad esempio, non è raro incontrare dei preti e dei celebranti che usano ancora la “talare” anche per camminare nelle strade di Roma, distinguendosi dalla massa dei fedeli e dei turisti che gironzolano nella città. Credeteci, è rassicurante: la presenza fisica di persone che indossano un abito senza paura è una conferma di un pensiero solido, anche per chi non crede, anzi, a maggior ragione per chi non crede.

Pittoresco e sensibile: la dimostrazione della fede – particolarmente attuale come tema in tempi di islamofobia – è solo una parte esteriore della persona. Notizie recenti parlano di divieti di costumi da bagno, di divieti di Nijhaab al ristorante (le donne non sono dei cani): divieti per le donne, che colpiscono le giovani principalmente, che vietano loro di essere praticanti e di indossare un abito tradizionale. Il relativismo del costume è probabilmente uno dei costi più alti – che pagheremo caro – della società delle pubblicità e della moda. Eppure l’abito non fa il Monaco, ma almeno distingue chi non è Monaco!

Se si parla di decadenza dell’abito ecclesiastico non si può non pensare che – nelle campagne – i curati oltre alla bicicletta (ora sostituita dalla Uno, dalla Panda e dalla Punto) hanno portato ancora per molti anni la “talare”. Già negli anni ’80, però, tale abito può considerarsi – nei momenti non cerimoniali – estinto.

Ad oggi, incontrare il “prete” in tuta da ginnastica o in jeans e maglietta non è rarissimo. Accade. Questo succede anche nelle “missioni” laddove, però, indossare un abito ufficiale diventa pericoloso, rischioso, insomma non è consigliabile.

In realtà la strategia della normalizzazione funziona su una particolare nicchia di persone: i bambini e i ragazzi adolescenti. Persone non ancora mature e adulte. In questa fascia d’età sono convinta che eludere l’abito sia un’idea geniale, perché rende pari, quindi educa. Cosa che – al contrario – si ritorce contro quando parliamo di adulti, cioè persone che hanno un pensiero, giusto o sbagliato che sia, il quale è maturo e si aspetta un “contraltare” – gioco di parole – altrettanto forte e maturo.

Di Martina Cecco