Quella letteratura dimenticata sulla Rivoluzione russa

Questo mese si ricorda l’anniversario della rivoluzione d’Ottobre Russa(secondo il calendario giuliano in uso in Russia fino al 1918), paragonabile in importanza e vastità a quella Francese.
Baluardo della rivoluzione rimane l’assedio al Palazzo d’Inverno, sede del governo provvisorio retto da Kerenskij, e teatro del sanguinoso colpo di stato architettato da Lenin e dal partito bolscevico, che approfittando del malcontento della classe proletaria e contadina russa, in ginocchio dai dispendiosi anni della Grande Guerra, indusse ad una sollevazione popolare contro il potere centrale.
Sono questi, per la Russia, anni di instabilità politica e sociale che si ripercuotono ovviamente anche nelle opere degli intellettuali e scrittori del tempo. Sebbene la letteratura russa sia pervasa da opere che toccano più o meno direttamente l’accaduto, vale la pena ricordare due romanzi con cui due scrittori russi di grande rilievo hanno fissato nell’immaginario collettivo un’immagine dettagliata degli anni antecedenti e post-rivoluzione.

Uno di questi è Pietroburgo(1913), dello scrittore russo Andreij Belyj, che delinea con successo l’atmosfera di rivolta ed insofferenza pre-rivoluzionaria contro una burocrazia russa ormai sempre più distante dai bisogni reali della popolazione. Vittima della satira politica di Belyj è la figura di Apollon Apollonovic Ableuchov , funzionario dell’amministrazione statale, ignaro che il suo stesso figlio, pervaso da tendenze nietzcheane e anarchiche, sta organizzando un attenato terroristico contro di lui. In una trama ricca della presenza di maschere(il domino rosso/la donna di picche) i personaggi del romanzo divenatano ombre che si dissolvono in una Pietroburgo quasi demoniaca ed irriconoscibile.
Con il suo stile sconnesso e grottesco, ricco di sfumature, che rimanda alla scuola dei simbolisti russi, a cui si era avvicinato, Belyj riesce ad evocare e dare forma ai malesseri di quella società russa, a cavallo tra la guerra russo-nipponica e il primo conflitto mondiale, che sarà determinante per capire gli eventi che hanno successivamente portato allo scoppio della rivoluzione d’Ottobre.

Ma se un Belyj aiuta ad inquadrare la fase pre-rivoluzionaria, è il romanzo distopico-satirico “Noi” dello scrittore russo Evgenij Ivanovic Zamjatin che riflette e dipinge perfettamente gli anni appena successivi lo scoppio della rivoluzione. Facendo uso di un’ ambientazione futuristica, che agevola e permette libertà espositiva, entro i limiti del romanzo ovviamente, nel trattare di argomenti come il totalitarismo e il conformismo sociale, Zamjatin rispecchia quella che era la società russa dopo la rivoluzione bolscevica. Il romanzo, dunque, si impone non solo come spartiacque di tutta la successiva produzione letteraria anti-utopica o distopica(erede diretto il romanzo”1984″ di Orwell, che ne è evidentemente influenzato),ma soprattutto come pietra miliare del pensiero anti sovietico, caratterizzato da determinismo e annullamento dell’identità personale in favore di una società più omologata e massificata (“Noi”, appunto, è il titolo del libro) che troverà dopo piena espressione nel Partito comunista. Da notare che il libro vide la sua prima pubblicazione in madrepatria solo nel 1988, in seguito al “disgelo” in campo artistico promosso dell’epoca Krusceviana e proseguito, dopo, anche da Gorbaciov.

Nonostante, dunque, si sia detto molto sulla rivoluzione d’Ottobre, rimane ancora molto da scoprire ed apprezzare su questa pagina di storia Russa, a partire da romanzi come “Noi” e “Pietroburgo”, il cui peso storico, oltre che narrativo, rimane indiscutibile.