STEVE MCCURRY. SCATTI DI VOLTI E TERRE

Venti passaporti consumati e un piglio da assicuratore di provincia. I migliori viaggiatori non cedono mai alla tentazione di sembrare , davvero, dei viaggiatori.
Lo sanno bene i modi semplici e ordinari di Steve McCurry, un viaggio ti rimane addosso sempre, anche se non indossi i vestiti dell’avventuriero. Di quello che è stata la sua Cina,la sua Cambogia, il suo Yemen, la sua amatissima India lascia che parlino solo gli occhi, i suoi, e quelli di chi vive nei suoi scatti. Viaggio intorno all’uomo. L’ha chiamato così il suo viaggio intorno al mondo, che oggi, dopo trenta anni di carriera e diventata una mostra di 200 fotografie, ovviamente itinerante, un pò come lui . Oggi l’universo di uno dei più celebri e celebrati fotografi americani ha preso, provvisoriamente, casa nel complesso museale di Santa Maria della Scala, a Siena e rimarrà nella città toscana, grazie ad una opportuna proroga, fino al 6 gennaio 2014. Oltre allo sguardo di smeraldo della ragazzina afgana, Sharbat Gula, che è diventata nel 1985 la famosissima copertina di National Geographic, si potranno vedere alcune raccolte di foto inedite, e i recenti lavori di McCurry, tra cui The last roll che con i suoi 36 scatti rimane l’estrema unzione data
dal due volte vincitore del World Press Photo Awards all’ultimo rullino prodotto dalla Kodak.
È famoso, forse troppo. Il Web lo accoglie e con un milione e mezzo di accessi al suo blog fotografico, e con un fan club di 180 mila iscritti, lo elegge a star indiscussa dell’obiettivo. Ma non solo nell’etere di Internet, le sue foto raccolgono consensi. Non si contano infatti le ristampe dei suoi libri fotografici né le persone che si affollano alle sue mostre.
Piace, forse, perché è un ritrattista. Un pittore, senza pennello, che trascina sulla tela qualcosa che fugge eternamente. Perché racconta l’Oriente meraviglioso e sporco che riusciamo ad immaginare. Oppure piace semplicemente perché le sue fotografie sono belle. Vengono bene i suoi scatti perché li fa da vicino, seguendo alla lettera il precetto di Robert Capa.
Si accosta prima ai luoghi, ai panorami, ai volti poi li fotografa. Ma non è mai facile. In India ( in una delle 87 volte in cui c’è stato) ha rischiato un linciaggio, in Pakistan e in Birmania è stato arrestato, ha sopportato le sanguisughe a Gujarat e i mortai dell’Afghanistan, si è quasi schiantato con un elicottero in Bosnia, è scomparso due volte e per due volte è tornato, con i rullini incredibili,ancora intatti, nelle tasche scucite della giacca.
Le sue foto sono tragiche ma non brutali. Riescono con il prestigio delle sfumature a non essere solo testimonianza del dolore ma a vestirlo con la delicatezza del colore . Mostrano, insomma, con tenerezza visi e i mondi che lì hanno deciso di nascondersi.

Miryam Scandola

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