Tabucchi: quella fine non fine che ci rende tutti Spino

Se si dice “il filo dell’orizzonte” si dice Tabucchi. Perché il romanzo edito nel 1986 è una sorta di concentrato di quello che lo scrittore era ed è nei suoi libri. Il filo dell’orizzonte, come ha detto Luca Chierici in “Dietro l’arazzo, conversazione sulla scrittura” è un “giallo speciale, anche se è difficile ascriverlo alla letteratura di genere” . E’ un romanzo che non finisce, ma ci finisce dentro lui, il lettore, fino all’orlo e con tutte le scarpe, se effettivamente ha il coraggio di perdersi in quella Genova non Genova, che è anche un po’ Lisbona ( patria adottiva di Tabucchi) , ma anche Parigi o Venezia o ovunque tu sia nato. Tabucchi, in questa indagine apparentemente inconcludente, il lettore lo tramortisce un po’ di primo acchito. Ma è meglio forse partire dall’inizio: c’è Spino, il protagonista; per lui la ricerca della verità su quel corpo che arriva privo di identità all’obitorio dove lavora, si trasforma in inchiesta privata sulla sua personale condizione, sul suo rapporto con Sara, sulla sua vita. Tabucchi prende il lettore, gli fa fare mille giri insieme a Spino, lo scuote, lo incuriosisce e apparentemente non gli dà risposte: gli molla la mano, sorride, lo spinge e lo lascia lì da solo, in mezzo a una fine non fine. Il percorso è fatto di interrogativi sempre diversi. Semafori verdi, rossi, gialli o bivi lungo la strada di Spino e quella del lettore. Una strada che punta a quel filo dell’orizzonte, che di fatto è “un luogo geometrico, perché si sposta mentre noi ci spostiamo. E’ dentro i nostri occhi ”: quel filo è il limite a cui ci si può spingere, a cui non si arriva mai. E’ il limite verso cui tende Spino che mentre cerca la verità su quel corpo cerca sé stesso ed è il limite verso cui anche il lettore può e deve muoversi. La scrittura di Tabucchi è quasi “interattiva”.

Perché pretende fantasia. Pretende piena partecipazione. I fatti descritti guidano, ma chi legge deve partecipare, non c’è niente di pronto, la fantasia deve creare : unico e potente aiuto? Le parole. Per Tabucchi “Le parole sono la nostra patria. Viviamo nel nostro italiano e se questa placenta si rompesse non sapremo più neanche chi siamo”: per dirla un pò alla Lacan: “ciò che ci costituisce è il linguaggio”. Siamo portati naturalmente a istituire frontiere in noi e con gli altri: i linguaggi universali, la pittura, la musica, la letteratura, possono essere i primi strumenti di aiuto per iniziare a configurarle come passaggi di confine verso un di più. Ed è quello che succede nel “Filo dell’orizzonte” e in tutto Tabucchi. Lo scrittore riesce a rendere il lettore Spino, riesce a renderlo parte del suo romanzo, a farlo quasi eterno proprio perché senza una conclusione, ma anche se il finale non è scritto, è diverso per ognuno. E questa è anche la storia di una letteratura che aggiungendo un po’ più di senso alla vita ha forse raggiunto il su obiettivo.

 

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