IL CARCERE PER I GIORNALISTI, DI MAFIA E TERRORISMO E ALTRE STORIE

La notizia è rimbalzata su tutte le tv, radio, agenzie e giornali: ieri il mondo della stampa è rimasto sorpreso, quando la sentenza tanto attesa che riguarda i tre giornalisti di al-Jazeera, l’egiziano-canadese Mohamed Fahmi, il producer egiziano Baher Mohammed e l’australiano Peter Greste, ha confermato la condanna (non a 7 e a 10) bensì a 3 anni di carcere per aver diffuso notizie false che, secondo il Tribunale del Cairo, avrebbero aiutato “l’ex presidente Morsi” e i terroristi dei “Fratelli musulmani”.

Tralasciando l’attenzione mediatica ad Amal Alamuddin Clooney, legale di uno dei tre, cosa è accaduto: nel 2013 il 29 dicembre l’arresto dei giornalisti, poi il processo, contro cui è stato fatto ricorso, arrivando a smuovere Amnesty International, tanto da annullarlo, in oggetto un proiettile, dei reportage, insomma una pena che era decisamente sproporzionata; ieri la seconda sentenza che conferma la colpevolezza e l’accusa. Tre anni, la sentenza. La sentenza è legata alla nuova legge promossa, finalmente, per contrastare il terrorismo in Egitto. Sarà chiesta l’amnistia, per i due giornalisti egiziani in carcere, il terzo è stato rispedito da tempo in Australia. Cosa succederebbe quindi se sul banco degli imputati ci fosse i social network, i canali video e i siti internet dell’ISIS?

Che ne pensa la stampa italiana: non si possono assolutamente fare delle generalizzazioni, tuttavia la linea generale che ha preso sempre più piede è quella della libertà di stampa, si pubblica e si scrive praticamente tutto ciò che si vuole, le pene sono sostanzialmente pecuniarie, il carcere un fatto davvero raro.

Per i giornalisti in Italia, perciò, essere condannati con una sanzione è ancora più dannoso che essere puniti con una restrizione di libertà: cifre improponibili di migliaia e migliaia di euro spesi in legali e ammende sono certamente più lesive, in sostanza, che qualche mese di carcere. Ma dirlo non sta bene, per cui, oggi, si pensa che il carcere non sia più adatto al giornalista, nemmeno l’arresto, ma semplicemente delle multe così pesanti da invalidare la vita per sempre. La recente modifica alla legge, al vaglia al Senato, prevede che le rettifiche siano, ad esempio, pubblicate senza possibilità di risposta, ovvero la verità suprema su cui non si torna più. Mentre per chi scrive su una testata on line, non registrata, giustamente, spetta il tour dei tribunali, assegnati secondo la residenza della vittima, perciò facciamo attenzione, che potrebbe succedere di essere imputati, analizzati, condannati, d’uffico, con avvocati d’ufficio, dato che sarebbe ridicolo arrivare da Roma fino in Trentino o in Sicilia, solo per sentire una sentenza di condanna per diffamazione. Quanto si rischia: la pena minima sono 5 mila euro, se il blogger “non era capace di intendere e di volere” ironicamente, cioè ha fatto copia incolla: 50 mila euro se l’articolo lo ha scritto di pugno, cioè non lo ha copiato. In Italia sono poi giudicati anche il Direttore e l’Editore, ma questo è un concetto diverso da quanto in tema.

Torniamo al carcere per i giornalisti, partendo dal fatto criminoso in giudizio, le notizie false, il terrorismo mediatico, le notizie falsate, cosa anche più grave, cioè che sono create per scatenare reazioni politiche o militari o terroristiche. Beh, che dire, in Medioriente potremmo assolutamente dire che il problema della stampa di regime è proprio questo, perciò, da questo punto di vista, in un paese libero politicamente, punire dei criminali, è cosa buona e giusta: la stampa non è libera dove non si possono esprimere delle opinioni, ma anche dove le bugie politiche coprono i fatti e conducono a errori irrimediabili. Quello che si discute del “caso in oggetto” è dunque un capo d’imputazione inesistente, cioè la difesa sostiene che non esistano connivenze con il terrorismo, per cui sarà chiesta l’amnistia, ma il tema è in ogni caso urgente.

Cosa ne pensano gli italiani? Uscite in strada, chiedete alla gente, verrebbe da dire. In Italia siamo al paradosso: a causa di troppe infiltrazioni commerciali, mafiose, politiche, nei giornali, la gente osserva i giornali ma non li legge, la maggioranza delle persone a cui si chiede un parere sul giornalista pensa, nella migliore delle ipotesi, che il giornalismo non sia un lavoro, se lo è i giornalisti sono dei criminali, sui giornali ci sono solo bugie e non sono attendibili. Questo è quello che il cittadino italiano pensa della stampa, che se non fosse un lavoro interessante, ci sarebbe quasi da vergognarsi, meglio fare il ladro, per certi versi, almeno per il pubblico sentire.

Dunque il giornalista è un lavoro, eccome, esattamente come l’avvocato, il medico, il veterinario, il farmacista, l’ingegnere. Non a caso esiste un Ordine, in Italia, che nel resto del mondo è strutturato in modo diverso, non secondo un’associazione di persone, tuttavia ha regole ancora più ferree. Se il medico toglie un rene, mentre il tumore era ai polmoni, viene condannato, come si condannano veterinari, ingegneri, farmacisti, insomma professionisti che fanno errori gravi, che ricevono una sentenza sull’errore, non sulla persona. Se la mafia e il terrorismo “passano” in chiaro sulla stampa, è la fine. Si torna al secolo buio.

Tra i luoghi comuni è facile annegare, ma ricordiamoci che i luoghi comuni nel marketing si chiamano “Legge dei grandi numeri” cioè quello che pensa la massa: grazie ai luoghi comuni le aziende hanno successo, i politici vengono eletti, si decide delle sorti di una nazione. Per cui è giusto che chi sbaglia paghi. In Italia sarebbe ancora più grave una condanna per terrorismo o mafia a mezzo stampa, non dimentichiamolo, per cui il caso dell’Egitto non è un’eccezione, è tendenzialmente la norma, per noi italiani.

La legge egiziana presuppone che il Ministero della Difesa, che garantisce opera contro il terrorismo, sia onesto, cioè chiaramente il presupposto è che il Governo sia giusto, se al Governo ci sono mafia e terrorismo, chiaro, la situazione è ribaltata, in pericolo ci sono gli “altri”. Quello che spaventa di più è se se sia vero o no, il capo d’imputazione, poiché al centro dell’attenzione non ci sono i fatti, ma il concetto; però ricordiamoci che, se fosse accaduto in Italia, la legge sarebbe stata ancora più dura, oltre al carcere per reati di questo genere, cioè di stampo terroristico o mafioso, è prevista anche la confisca dei beni. In questi casi infatti la magistratura sceglie altre vie, tralasciando la stampa nuda e cruda, passando per altre norme, che riguardano invece, non la notizia, ma il fatto e le connivenze in sé. Cioè colpendo trasversalmente altri obiettivi, che non sono la libertà di parola pura e semplice.

Pare assurdo ma il terrorista e il mafioso seppure uccidano, rischiano di essere perseguiti più lentamente del giornalista-terrorista o del giornalista-mafioso. Ebbene non è solo l’Egitto, anche in Italia la legge sarebbe così. Perché scrivere non è un hobby, anche se si può fare gratuitamente, se si vuole, bensì un lavoro minuzioso e preciso, per il quale, se non ci sono i presupposti e le informazioni valide, è meglio tacere, parlando su facebook o al bar.

Tuttavia, tornando alla leggerezza italiana, notizie che si leggono e che sono palesemente “false” ce ne sono anche sui nostri giornali. L’ultima la “Lettera di papa Bergoglio” e la “carne che contagia di AIDS” (specialmente se fatta ai ferri aggiungerei io, tanto per dire una c.ta in più).

Il sospetto è che chi viene condannato sia il “più fesso” tanto fesso da aver appoggiato chi sta dietro alla manipolazione della notizia, ma questo è un problema troppo grosso, che non si può discutere parlando solo di giornalismo, perché tocca la parte più profonda delle ferite del mondo moderno, arriva alla radice del problema, quella che negli anni ’80 si chiamava “La stanza dei bottoni” che, chi è avveniristico, definisce “Nuovo ordine mondiale” ma che, tuttavia, non è la stampa.

Di Martina Cecco

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