LA LEGGE SULLA STAMPA POLITICA NON SPETTA AI POLITICI, MA AI GIORNALISTI

Ci avevano già provato, parliamo della Legge Prodi-Levi, che aveva scatenato l’ira del web per la sua durezza nei confronti del materiale pubblicato on line su siti internet e blog: la libertà di espressione, quandunque abbia consensi e popolarità tale da suscitare l’interesse delle alte sfere, se non ha “la raccomandazione” rischia sempre la censura. Ritorna ora in carica la nuova proposta di legge, più legata alla pubblicità e ai finanziamenti pubblici, già definita “ammazza blog” che ha scatenato, questa volta, l’ira dei politici: stop ai siti internet che non siano registrati in Tribunale se si occupano di partiti e di politica diretta. Perché? Presto detto: la mancata registrazione in Tribunale non consente un diretto intervento legale, secondo la  Legge sulla Stampa, ovvero l’oscurazione delle pagine diventa lenta e ancor di più impossibile se a farsi da garante è una persona fisica, perché in Italia, norme discusse a parte, non esiste la possibilità di censura per opinione politica, fatti salvi rarissimi casi di evidenza legislativa che possono concorrere: pedofilia, violenze, istigazione a delinquere, nazismo e truffe o siti spia in genere.
Insomma, il Governo, secondo le voci di corridorio, ispirato al Centro Sinistra di derivazione prodiana, avrebbe avuto la “pensata” di far chiudere tutti i blog e gli aggregatori di notizie di partito che non siano registrati regolarmente in Tribunale (o al ROC).

Ma non esiste un capitolo di bilancio che parla chiaramente citando: pubblicazioni e materiali pubblicitari? Per quanto riguarda la situazione attuale in pericolo ci sarebbe il blog di Beppe Grillo, poiché utilizzato per il partito e non come pagina personale. In questo si riassumono le righe che contemplano la normativa, seppure essa non espliciti chiaramente il destinatario. Al secondo posto, per la nuova impresa che la gestisce, ci sarebbe L’Unità, anch’essa in pericolo. Seguirebbe poi il portale Lega Nord, anch’esso interessato. Questo in ordine di popolarità. ma che dire poi dei singoli siti web di partito?

In Italia una legge sulla stampa esiste, e proprio in questo periodo l’Ordine dei Giornalisti sta valutando un sistema per riuscire a far rientrare nelle testate giornalistiche, che in Italia sono davvero tante, anche i siti internet: questa logica era prevista anche in passato, per i bollettini, dai quali si sono sempre esentate le parrocchie, facendo fede al principio che esse dipendono dal Vaticano, la cui radio, tv, giornale sono regolarmente registrate in Tribunale; ma per i partiti politici che hanno un blog vale la stessa normativa del cartaceo?

Diciamolo meglio: la stampa libera, che non ha mai seguito le regole della stampa regolare, è stata per anni oggetto di dibattuti contrasti. Le motivazioni oneste si collegano a problemi relativi a mafia, terrorismo, società segrete, manipolazioni, pubblicità occulta, benefici economici pubblici per attività private. Ma è questo il caso di Beppe Grillo & C? A noi pare di no: pare piuttosto che in questo momento siano due le linee di interesse di tale legge.

La prima: la riduzione dello spazio concertativo per i votanti, che andrebbero a perdere di vista le “voci fuori dal coro” le quali tornerebbero ad essere filtrate dalle agenzie di stampa e dai giornali tradizionali; la seconda: la riduzione dello spazio per rispondere alle accuse politiche, uno spazio prezioso per difendersi da accuse e attacchi, ovvero evitando quello che in gergo si chiama “bavaglio“.

Ma andiamo al nocciolo della questione: è giusto che un partito che pubblica notizie di attività e discussioni sia affiliato alla stampa, ricadendone sotto la sua sovranità? A dirla tutta, no. La stampa richiede professionalità, giornalisti che sono prima di tutto professionisti, eventualmente poi politici, e politici, che possono essere opinionisti ma non avere la coscienza giornalistica. Tra censura e oblìo della qualità dello stampato, seppure virtuale, ci sono molte alternative, quella di una coercizione all’iscrizione come “prodotto di stampa” di un sito politico pare la meno indicata, una democrazia molto autarchica, una decisione quasi dittatoriale: saranno previste norme anche per la pubblicazione dei #selfie in compagnia dei politici? Ormai ci possiamo attendere anche questo, con tanto di diritto d’autore, da pagare al partito, poiché presumibilmente riceve finanziamenti pubblici per attività politica.

Fatta la legge e trovato l’inganno: servono fondi per il mantenimento di apparati burocratici controllati che possono garantire introito dal lavoro gratuito di redattori on line, i quali, scrivendo su siti regolarmente registrati, diventano comoda merce per scrivere pagine di giornali con una tiratura invidiabile i quali si ripagano degli sforzi dei “volontari”?

La questione non è da poco, ma in prima sede, al Governo, non spetta questa decisione, la quale ricade, tutt’al più, nel settore di intervento dell’Ordine dei Giornalisti, non certo nel settore di intervento di politici che sono tutto fuorché scevri da interessi personali. In pieno e totale conflitto di interesse. Sorge spontanea una butadè: Silvio Berlusconi non poteva lavorare, poiché tendenzialmente era impegnato su fronti opposti per svolgere attività politica, editoriale, promozionale, poiché in conflitto di interesse, ora, fatta cassa, in merito alla sentenza Mediaset, si vuole tentare di affermare che, in realtà, seppure sui grandi numeri, per l’immenso successo Fininvest/Mediaset, Silvio Berlusconi era in realtà sulla strada giusta? Il dubbio non lascia liberi.

Di Martina Cecco

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*