LIBERTA’ DI PANORAMA IN ITALIA: SI’, NO, FORSE, MA ANCHE SI’

L’idea che le immagini scattate ai beni artistici e culturali possano essere soggette a una tassa, qualora pubblicate, benché non a scopo economico, deve essere ancora di interesse per l’Italia. Siamo uno dei pochi paesi europei in cui non c’è una chiara normativa in merito, e questo, da certi punti di vista, è anche un vantaggio.

L’agitazione in merito alla fotografia d’arte è inserita nel contesto della discussione sulla Legge in tema di “Liberta’ di Panorama” ovvero la possibilità di scattare delle foto ad opere d’arte esposte in luogo pubblico, musei, piazze, monumenti, beni architettonici, per poi postarle sui social network oppure per farne delle recensioni.

Va precisato: per risolvere il problema di volta in volta, ad esempio nel caso di recensioni a mostre o esposizioni, è sufficiente informarsi presso i Musei stessi, i quali di volta in volta possono concedere il diritto a fotografare e recensire, spesso anche a titolo gratuito, cioè senza far pagare il biglietto d’entrata al giornalista, chiedendo un accredito stampa che consentirà di fare tutto ciò che si ritiene idoneo nei limiti del comunemente accettato, ad esempio non si possono invadere, salvo casi eccezionali, le barriere fisiche che allontanano dall’opera, a meno che ciò non sia concordato, non si possono usare flash o tecnologie che non siano tradizionali, niente luci aggiuntive, niente “effetti speciali” che potrebbero danneggiare l’opera.

Il problema più grave, dunque, non sono le opere d’arte esposte, che fanno capo a un responsabile facilmente rintracciabile, quindi sono di per sé meno ostacolate. Rimane invece difficoltoso recensire piazze, monumenti, opere di proprietà non chiara, non definita, esposte in luogo pubblico, che potrebbero essere soggette a Diritto d’Autore, ad esempio se l’autore è in vita o è deceduto da meno di 70 anni, o ancor peggio se l’opera non è arte, ma comunicazione pubblicitaria.

In questi casi, che sono i più complicati, a fare da capofila è La Sovrintendenza per i Beni Architettonici e Culturali, che ha un elenco di beni “liberalizzati” che si possono fotografare per essere recensiti, anche reperibile on line.

Nel caso in cui il vostro sito d’interesse non sia elencato e citato il problema raddoppia: sarà il Comune in cui è collocata la Piazza a sapervi dire se l’opera è pubblica o se l’opera appartiene a un collezionista, un artista, un privato che la espone a titolo meramente personale, per bellezza. L’esposizione in luogo pubblico non implica in automatico la concessione all’uso non profit delle immagini che se ne traggono. Anche lo stratagemma di posizionarsi di fianco all’opera per sottolineare l’uso privato della foto non è del tutto efficace: dovrebbe rimanere nella vostra memoria, non essere pubblicata nemmeno su facebook.
In questi casi, stabilito attraverso il Comune, Assessorato alla cultura o ai beni artistici, a seconda del comune di interesse, che l’opera non è pubblica e non è “liberalizzata” serve un contatto con chi ne detiene i diritti e sono questi i casi più dolorosi.

In linea di massima il Ministero ha esercitato la “patria potestà” solo per opere che hanno un risvolto economico: pellicole cinematografiche, produzione di calendari, campagne pubblicitarie, APT per la villeggiatura, libri o riviste “patinate” ovvero commerciali. Al contrario verso la stampa che si occupa di recensire l’opera c’è una certa liceità, previo appunto un accredito giornalistico, la concessione è in linea di massima gratuita.

Un settore a parte quello “religioso” le cui opere sono sotto tutela dell’ente della Chiesa cattolica, che a dirla tutta possiede molti dei beni artistici sparsi sul territorio italiano, anche fuori dalle chiese. In quel caso ottenere l’autorizzazione è più complicato, per recensire una chiesa serve contattare prima di tutto il Vescovo della città o della provincia su cui è collocata la struttura, il quale provvederà a un consenso scritto, i tempi in questo caso si allungano di qualche giorno.

Possono esserci dei casi in cui, in Italia, il consenso è esplicitamente negato: accade per alcuni siti di interesse archeologico in lavorazione, poiché sono un vero e proprio business in progress, volgarmente dicendo, ad esempio per gli scavi nella zona archeologica di Pompei e di Roma, che non hanno ancora prodotto materiale editoriale è vietato, è vietato nella città di Lucca, dove ad esempio il comune ha deciso un’opera di rilancio per ripartire insieme a Firenze e Pisa attraverso le APT con una linea editoriale comune, per cui, attualmente, il permesso non viene rilasciato. A titolo gratuito chiaramente. Bensì si paga una piccola tassa.

Il caso di Roma “all’aperto” e Venezia: sono forse le due città più fotografate dai cittadini di tutto il mondo, reperirli uno ad uno per rivalersi del “Diritto di Panorama” non sarebbe pensabile: il vuoto normativo lascia intendere che, ad oggi, non ci sia interesse per limitare la libertà di recensire le città, tuttavia, con l’avvento dei nuovi social tourism, considerato che il 4 luglio scorso in Commissione Europea non ci sono stati cambiamenti, è bene lavorare nell’ottica che il consenso serve, perlomeno per le opere nei musei: meglio chiedere un accredito ed essere rifiutati, piuttosto che essere esclusi da una mostra perché scoperti nel momento di uno scatto effettuato “di nascosto” o essere censurati per una recensione che arriva nelle “mani sbagliate”. La libertà di Panorama non ci sarebbe, ma viene concessa se richiesta ed è limitata solo se è semplice farne profitto, la triste conclusione finale.

Dicevamo in testa all’articolo: la fotografia d’arte è un business, come lo è fotografare di moda o di gossip, di conseguenza la distinzione tra la pubblicità (di competenza del ROC) e l’informazione culturale, che non promuove nulla ma solo avverte di un evento o parla di un’opera, va sempre ben sottolineata. Del resto, di per sé, sono le agenzie stesse che tendono a inviare, gratuitamente, materiali fotografici, a titolo promozionale, ovvero redazionali, dai quali nulla ottengono se non un ritorno in termini di visitatori: la censura preventiva non è la logica attraverso cui un giornalista d’arte o di cultura desidera muoversi, poiché, come dicono i giovani di Wiki Loves Monuments, campagna per la libertà di pubblicare foto d’arte, l’obiettivo principale di chi ama l’arte è di farla scoprire a tutti, che poi, in origine, doveva anche essere lo scopo dell’artista, prima che il business avesse il sopravvento. L’opera si vende, ma se non la conosce nessuno per il pubblico non pagante si trasforma in ben poca cosa, ovvero sia, a pochi interessa sapere come è esattamente il nostro bidet, ma forse potrebbero apprezzare i quadri che abbiamo comprato al Mercante d’arte, se li mettiamo su facebook. Chiaramente per vederli e non per un’effrazione e un furto.
Di Martina Cecco

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