TRA MISS ITALIA E VALERIA MARINI: LE DONNE NELLA STAMPA E I NOSTRI ERRORI

Condanniamo, condanniamo, dividiamo capre e cavoli, giustizialismo. E così a ridosso dall’elezione di Miss Italia 2015, vinta dalla giovane Alice Sabatini, oggi parliamo di donne. Le donne che sono parte attiva della società, nonché componente, in numero percentuale addirittura maggiore, della popolazione italiana. Come appaiono le donne, quando sono il soggetto di un testo di stampa, nella forma e nell’immagine.

Iniziamo dal punto di vista più semplice, la forma: la donna, nel suo quotidiano, femminile, viene riportata nelle notizie di cronaca a seconda delle situazioni, si parla di grammatica giornalistica. Dunque secondo l’Accademia della Crusca i quotidiani nazionali sono intrisi di errori, di un linguaggio in cui le donne, nelle professioni, sono riportate al maschile, grammaticalmente sbagliando, appellandosi a un “neutro” che in italiano non esiste. Vigile/vigilessa, Ministro/ministra, Sindaco/sindaca sono solo alcune delle forme grammaticali che dovrebbero essere declinate al femminile e non lo sono.

Colpa della società, che individua il ruolo e non la persona, per cui diventa indifferente per l’occhio del lettore la declinazione al maschile o al femminile, mentre non lo è per la scrittura in se stessa.

Quindi “Il Ministro Elena Boschi” concettualmente non esiste, sarebbe invece “La Ministra Elena Boschi”, così via per il presidente, il direttore, il segretario. Ma se questo vale per la politica e per il mondo del lavoro, lo stesso sarebbe per la società. Uomo e donna, nella scrittura vanno differenziati.

Viviamo il paradosso dei tempi, in cui la sessualità delle persone è valutata in modo diverso a seconda del ruolo che le persone hanno e del contesto in cui se ne parla.
Ad esempio: nella cronaca la nazionalità e il sesso della persona in oggetto possono essere parte di interesse per il lettore? Se un assassino sia italiano o straniero, serve specificare? Per la precisione della notizia serve, per il ruolo che l’autore ha nella notizia non serve. Il sesso di un politico per la società serve? Per definirne il lavoro svolto non serve, per qualificare la persona, serve.

Il paradosso non finisce qui: il contesto condiziona la restituzione in immagini. Ecco allora che il vestito di marca può essere influente se si parla di personaggi famosi ritratti per il gossip, non lo è più se se ne parla sui quotidiani, diventa indispensabile marchio per il settore della moda e della cultura. E così via, contano le auto che si guidano, il giro di vita nel tempo libero, i luoghi che si frequentano, contano per l’immaginario, ma non contano per l’effettiva concretezza della notizia.
Allora diventa facile intuire come mai faccia notizia un brufolo sul volto di Jennifer Lopez, mentre non lo fa se il brufolo è sul volto di Matteo Renzi, mentre una malattia diventa notizia se colpisce una persona nota, non diventa notizia, se non di settore, se colpisce una persona qualunque.

Come ne escono le donne rispetto agli uomini? Preso atto che ci dovrebbe essere imparzialità nel ritrarre, non è così. Le donne sono le prime ad essere state sfruttate e bistrattate secondo il loro aspetto, nonostante non fosse l’aspetto il motivo per cui si parla di loro, pensiamo ad esempio a Rosy Bindi. Ma la società dell’informazione segue i trend e sta cambiando, in peggio. Nonostante i richiami dall’Ordine dei Giornalisti sono diminuite le donne di cui si parla malamente? Ebbene, no, il calo è relativo, seppure ci sia, semplicemente perché, al momento attuale, anche gli uomini sono sotto tiro per diversi aspetti che non riguardano la loro posizione: ricchezza, bellezza, vita sessuale, mode e abitudini.

L’uomo che beve, che fuma, che esce con belle donne, sono i casi degli attori e dei politici, sono ritratti esattamente come se fossero delle donne, certamente parità in questo senso, vediamo George Clooney, Silvio Berlusconi, Vladimir Luxurya, solo per elencarne alcuni. Ma gli esempi non si fermano qui: scandali sessuali, scandali economici, fotografie che portano stralci di vita quotidiana sui rotocalchi confondendo le idee.

E le donne? Culo e tette, al centro dell’attenzione, ma anche mariti, divorzi, corna, separazioni, il tutto per rendere umano anche un ruolo, spesse volte con malignità, cercando nella donna, più che non nel maschio, dei motivi che l’abbiano portata a diventare famosa e riconosciuta, legati ad amicizie, frequentazioni, insomma dando per scontato che se le donne arrivano in politica non sia per merito.

Ci sono dei cambiamenti: meno culi e tette, per tornare a quanto sopra, ce ne sono. Sono le donne stesse ad essersi rese conto che questo non poteva andare bene, ponendosi come controparte. Ma la querela e la denuncia non sono sempre un mezzo facile.

Quindi essere maschio, femmina, omosex, nel mondo della comunicazione diventa brand, un marchio, la sessualità, come la morte, è da tempo brandizzata. Complici le agenzie pubblicitarie, che per un Valentino o un Prada possono anche comprare una pagina per vendere la persona, come fanno Adidas e Nike con gli sportivi e tutti gli altri marchi che ci sono nel sistema commerciale, perché alla fine funziona così.

Ora, vediamo Fedez, che si veste da assorbente sporco, ci chiediamo se lui sia parte del business, poiché sta vendendo le mestruazioni delle sue adolescenti, che lo stimano tanto, per farsi bello agli occhi dell’anti-marketing, in realtà sguazzando nel marketing come grufola un maiale, cioè sporcandosi le mani, diciamo. Se l’anti marketing si fa brand, il concetto di libertà dal marchio, nega se stesso, diventa marchio e vende, nuovamente, la persona. “Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli” scriveva Oscar Wilde.

Così come noi vendiamo “Il Ministro” perché sembra altisonante, mentre “La Ministra” non ci suona bene, allo stesso modo per cui vendiamo “Luxurya” e non “Vladimiro Guadagno”. Siamo nella trappola del “piace” o “non piace” dove, lo dicono anche i creatori di facebook il “non piace” non è business core, è indifferenza. Allora meglio il “trash” che non l’indifferenza, perché “trash” è cresta dell’onda, indifferenza è scomparire. Chissà che cosa ne pensa Valeria Marini, che in queste ore si propone di lasciare tutto per scendere in politica, mentre noi, che vediamo solo l'”hot” e il “trash” ci stiamo chiedendo mestamente: ma che cosa starebbe lasciando?

Di Martina Cecco

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