VIOLENZA E MORTE IN DIRETTA: LA VALUTAZIONE DI UN IMPATTO EMOTIVO NEL TEMPO REALE

Ha un dissapore solo italiano quello della battaglia che sui media si sta combattendo parlando di immigrazione e di profughi. Mentre i media si concentrano sul significato intrinseco della pubblicazione della foto simbolo di Alan Kurdi, biecamente sfruttato dal quotidiano “Il Manifesto” per farne una campagna politica individualizzata, diversa da tutto il resto del mondo, è un dato di fatto: “Niente Asilo“, rispondendo, tra il catrame, alla Lega Nord, non certo innocente in fatto di linguaggio e di comunicazione, un fatto ormai inconfutabile, che sacrifica la purezza del mondo della comunicazione e della stampa, chi è stato più interessato al problema della Guerra in Siria e alle dinamiche di queste ore, che si stanno susseguendo senza sosta, si è concentrato, invece, non sulla precisa foto in sé, ma sulle tantissime foto che ritraggono un grande numero di bambini che stanno perdendo la vita nei viaggi verso l’Europa per fuggire dal conflitto. In assoluto. Al seguente link i dati che parlano della situazione, ad oggi, in Siria.

Siamo in un periodo storico molto diverso dal solito: gli effetti della Guerra sono qui, in Europa, i confini europei si sono allargati, di conseguenza è naturale che gli sfollati ed i profughi arrivino fino al cuore delle nostre città. Accolti festosamente da Vienna e da Monaco hanno regalato, finalmente, delle immagini di società moderna, attuale, pronta a reagire di fronte all’ineludibile emergenza. La violenza è data dal tempo: la morte in diretta non è come la morte in differita, il lettore può rimanerne fortemente leso e danneggiato. Si è parlato di Carta di Treviso, di diritto del minore, di pubblicità associata alla morte. Tuttavia in linea di massima le due posizioni in merito alla scelta o meno di pubblicare foto di forte impatto sono quella della libertà e diritto di comunicare, da una parte, dall’altra il no alla brandizzazione del corpo di un cadavere. Tendenza sempre più in voga da quando i social network consentono di valutare immediatamente che cosa colpisce il lettore e che cosa, invece, non lo colpisce.

Come è stato fatto anche nel precedente articolo, con i dati e le evidenze alla mano, dovremmo imparare anche a parlarne, di queste persone, cercando però di essere un pò più sensibili verso il rispetto dei Diritti umani e della Libertà delle persone di cui andiamo parlando. Se si vogliono andare a vedere esattamente il numero di probabili e possibili violazioni che si rischiano di incontrare, si arriva a un pozzo senza alcun fondo: si parla del giornalismo di guerra, quanto di più difficile si possa trattare. Situazioni sempre oltre il limite, persone sempre oltre la soglia della accettabilità del dolore, morte e odio, come trend comunicativo, che, però, non deve essere trasmesso al lettore. Non tanto per motivi politici, quanto per il rischio che tale sofferenza possa essere lesiva, alla lunga, per chi osserva. Si parla di psicologia, dinamiche semplici, che però funzionano, sui grandi numeri.

Non c’è da convincere il lettore che il profugo deve essere accolto, perché questo è il punto di partenza, come non c’è da convincere il lettore che Alan Kurdi è morto da angelo innocente, è implicito. Quindi di che cosa si doveva convincere il lettore? In questo periodo, di nulla. L’Europa era già decisa in merito all’apertura delle frontiere, quindi quella foto ha emozionato gli animi e fatto soffrire molti, ma il sacrificio del piccolo angelo era evitabile. Seppure, come ha scritto Papa Bergoglio, ciò che unisce i cuori, non fa mai male.

Merita sottolineare che, i giornali, sono l’unico mezzo, insieme alla televisione e alle radio, per dare delle notizie vere, immediate, che possono essere, in caso di giornalismo di guerra, molto meno digeribili di quanto si pensi: cadaveri, morti, persone sfigurate, scene di bombardamento, vissute in diretta, hanno un effetto emotivo di fortissimo impatto. Quello che ci potremmo attendere dal futuro prossimo e che già in parte si è consumato in Europa, iniziando proprio dal problema migratorio e dei profughi, è un conflitto sociale interno, tra le persone che delle notizie ne sono solo i fruitori.

Vi sono esempi di totale dissociazione del lettore dalla notizia alla realtà, virtualizzazione dei dati, dei concetti, delle frasi espresse, che sono frutto di assuefazione alla violenza e alla violazione dei diritti delle persone, che hanno portato a vedere i video dell’ISIS in diretta, le violenze in Afghanistan e in Iraq, le esecuzioni di Saddam Hussein e di Osama Bin Laden, come violenze “giustificate” alzando il livello di tolleranza del male fino ad aver reso resiglienti gli occhi e gli animi, tanto che per dare una scossa alle menti sopite europee, molti giornalisti, tra cui anche il Presidente dell’Ordine Jacopino, hanno preso una posizione molto liberale in fatto di libertà di pubblicazione di immagini forti, inerente in particolare alla foto del piccolo bambin trovato morto sulla sabbia. Uno dei tanti bambini che sono morti, così, nel corso degli ultimi 24 mesi, tra Ucraina, Siria, Iran, Nigeria, Libia, Iraq, Mediterraneo.
Così la foto simbolo dell’apertura dei confini europei ai profughi che provengono dalla Mezzaluna fertile, decisa nei giorni scorsi in seguito alle pressioni di migliaia di profughi al confine con l’Ungheria, ci apre le porte di una realtà che andremo conoscendo via, via con la realtà delle cose: la Siria è diventata un luogo dove non si può più rimanere, come ha scritto il NYT, così come la Turchia, in primis, insieme agli altri paesi arabi confinanti, seppur abbia mosso qualche passo verso l’ipotesi dell’allontanamento dell’ISIS dai territori, non intendono dare supporto ulteriore all’accoglienza di questi esseri umani, come la Macedonia e la Grecia, non hanno modo di dare supporto nell’accoglienza di queste persone.

Ora: ci spetta un periodo di grosse responsabilità. Di ieri, ahimé, alcune delle citazioni più shockanti pervenute da internet: “Ci stanno fregando!” tuona un post comparso su facebook, dove si comparano le foto di migranti e di bambini africani. Oppure Giorgio Artioli: “Con la politica italiana ci sarebbe costato 50 euro al giorno, meglio così non ci costa niente e speriamo che succeda ancora” augurando la morte a tutti i migranti, ricalcando un isterico Enrico Rizzi: “Infame adesso sai cosa vuol dire morire” così apostrofava il cacciatore – presidente Diego Moltrer.
Trovandoci nell’epoca dell’odio condizionato, cioè l’odio e la violenza che serpeggiano attraverso la comunicazione, facebook per primo cerca di oscurare e di segnalare le pagine e le foto che possono scatenare effetti emotivi impattanti, serve principalmente avere una logica della comunicazione positiva.

volantinoCorrono tempi di guerra, tempi difficili, che secondo quando emerge ad oggi nelle cronache politiche europee e di oltreoceano non lasciano preludere a una facile conciliazione. Motivo per cui, la stampa, ha una responsabilità ancora più grande nel parlare della morte e del dolore. Una buona prassi, postata oggi su facebook da Wolfgang Achtner e resa nota da Sergio de Ferraris è quella di mettere in luce le evidenze positive del “saper fare bene”, l’energia che parte dalla costruzione, per far fronte alla violenza e al dolore, che compongono, escludendo lo sport e la politica, almeno il 90% delle notizie che vengono propinate, martellate, prodotte, per i fruitori delle news, cioè i lettori, che, alla fine, sono coloro per cui si scrivono gli articoli, cioè le persone che hanno il diritto di sapere, certamente, tutto ciò che accade, ma anche hanno il diritto di non esserne sconvolti, anche laddove la notizia sia sconvolgente e dolorosa.

Possiamo cioè iniziare a prendere atto che quanto si riporta, ad oggi, sulla stampa, proveniente dai paesi arabi, tra cui principalmente la Siria, l’Iraq, l’Iran e il Mediterraneo, tra cui anche la Nigeria, l’Egitto, la Libia, il Ghana, non è cronaca semplice, ma cronaca di guerra, che è ben diverso documentare per un libro di storia, che garantisce un impatto emotivo alleviato dal tempo, dalla risoluzione del conflitto nota, dall’esito, bensì in fieri, ovvero nel presente, quindi, necessariamente, che necessita di una mediazione. Che sia una penna, che sia l’obiettivo di una fotocamera, che sia l’occhio di una cinepresa.

 

Di Martina Cecco

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