Cosa prevede esattamente il reato di violenza sessuale?

Tra le più disparate notizie di cronaca che quotidianamente i mass media propinano si può riscontrare un’infelice costante nera: lo stupro. Ma cos’è davvero uno stupro? Giuridicamente parlando, il nomen corretto è ‘violenza sessuale’: ampia categoria inglobante i preesistenti delitti di ‘violenza carnale’ e di ‘atti di libidine violenti’ a partire dalla riforma del ’96[i]. Il reato delineato dall’art.609-bis del codice penale, dunque, non comprende solo l’ipotesi di un rapporto sessuale coartato, ma anche tutta una serie di atteggiamenti indesiderati attinenti alla sfera sessuale, come molestie, tocchi e baci.

Il testo della norma, al primo comma, configura tale delitto quando ‘chiunque, con violenza o minaccia o abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali. Si tratta della prima ipotesi di violenza sessuale, ovvero quella ‘per costrizione’. La legge specifica che soggetto attivo del reato può essere ‘chiunque’, superando gli aberranti orientamenti tradizionali che portavano ad escludere aprioristicamente tale reato tra marito e moglie. Il fatto ruota attorno al concetto di ‘atti sessuali’ i quali, per essere tali, devono essere indirizzati verso parti del corpo definite zone ‘erogene’ (lett. ‘generanti amore’). Le scienze le individuano in quegli organi o aree del corpo la cui sollecitazione sensoriale è tale da stimolare un piacere sessuale. Ecco allora come attenzioni non gradite da uno sconosciuto verso una giovane, quali massaggi sui polsi e bacio sulla guancia, sono state considerate violenza sessuale[ii]. Difatti il polso (non, invece, la guancia) viene classificato dall’antropologia come zona erotica.

Il presupposto fondamentale, sebbene non espressamente indicato dalla legge, è quello del ‘dissenso’ del soggetto passivo. Tale disaccordo deve permanere durante tutto il tempo della condotta e può seguire un iniziale consenso. Pertanto, il sopravvenire di una nuova condizione psicologica e conseguente dissenso, nonostante un pacifico accordo in origine tra le parti, porterà comunque a configurare il suddetto reato. Tuttavia ciò non esclude che vi potranno essere considerevoli difficoltà ad accertare in concreto tale situazione in sede processuale. Le modalità di costrizione della ‘violenza’ o della ‘minaccia’ non devono, invece, protrarsi per tutto il periodo di esecuzione del delitto. Una cessazione della resistenza fisica o l’assunzione di un atteggiamento passivo da parte della vittima, al fine di evitare ulteriori sofferenze, non comportano il venir meno del crimine. Emblematico è il caso della donna costretta da uno sconosciuto ad un rapporto sessuale che, dopo vani tentativi per divincolarsi, offre all’aggressore un profilattico al fine di prevenire una gravidanza o una malattia sessuale[iii]. Tuttavia vi sono casi in cui è molto labile il confine: nell’ipotesi di un atteggiamento ‘collaborativo’ della vittima, infatti, occorrerà verificare in concreto che non si tratti di un tacito consenso. Se così fosse verificato, tale consenso, sebbene implicito, non farebbe venire meno l’antigiuridicità del fatto, ma addirittura la tipicità dello stesso, in quanto verrebbe meno un elemento costitutivo (e come tale essenziale) del reato. In altri termini, sulla base del p. nullum crimen sine lege, l’assenza del dissenso del soggetto passivo, pur in presenza di violenza o minaccia o abuso di autorità, rende tale condotta un non-reato e come tale non punibile.

Alla luce di questa disamina, si evince quanto sia determinante l’elemento consensuale. La sua presenza, difatti, comporta che il gesto compiuto con una certa persona e realizzato con determinate modalità si configuri come un normalissimo rapporto sessuale (salva l’ipotesi di atti sessuali con minorenne ex art.609-quater). Dall’altra parte, invece, quell’identico atto, con la medesima persona ed eseguito negli stessi modi, può portare l’autore, in assenza di consenso, ad una condanna fino a 10 anni di carcere, aumentati in presenza di circostanze aggravanti.

Il consenso non è un negozio giuridico, ma viene considerato come mero atto giuridico, ossia un generico permesso che, in quanto tale, sarà sempre revocabile. Esso, inoltre, deve essere effettivo, quindi non prestato per simulazione o scherzo. Non si richiede una particolare forma ed è pertanto sufficiente, ma necessario, che questo sia riconoscibile all’esterno. Potrà dunque essere anche tacito, ossia desumibile da un comportamento univoco del soggetto tale da non lasciare spazio ad incertezze. Allo stesso modo, si ritiene in dottrina, anche la revoca del consenso potrà essere espressa o tacita. Infine, il consenso dovrà essere libero, ossia prestato senza influenza di violenza o minaccia, così come in assenza di ‘errore’ o ‘dolo’ (quest’ultimo da non confondersi con il ‘dolo’ inteso quale elemento psicologico di volontarietà).

Sulla scia di questi ulteriori vizi del consenso, il legislatore ha previsto anche una seconda categoria di violenza sessuale, quella ‘per induzione’. Recita infatti lo stesso art.609-bis, al secondo comma, che soggiace alla stessa pena (e quindi commette il reato di violenza sessuale) ‘chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica […]’ ovvero traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona. Qui si inserisce un’ulteriore dicotomia: il caso di abuso dovuto all’approfittarsi delle condizioni fisiche o mentali della vittima e quello di inganno con sostituzione di persona. Entrambe le ipotesi escludono un atteggiamento di coercizione dovuto a violenza o minaccia, ma si configurano quali semplici, appunto, ‘induzioni’. Nel secondo caso occorre poi che vi sia un vero e proprio ‘inganno’, ossia un atteggiamento fraudolento volto a carpire un consenso che altrimenti non verrebbe prestato. Tale induzione in errore deve inoltre riguardare lo scambio di persona, sebbene, per quanto sofisticati possano essere gli artifici dell’autore, pare difficile immaginare tale accadimento nella realtà.

Il delitto di violenza sessuale è punibile a querela della persona offesa da presentare entro il termine di 6 mesi dalla commissione del fatto e, una volta presentata, questa diviene irrevocabile (art.609-speties). La querela è condizione di procedibilità dell’azione penale da parte del pubblico ministero, con la conseguenza che l’interesse pubblico alla repressione del reato viene così subordinato alla volontà della vittima. Nello stesso articolo son elencati casi peculiari in cui, al contrario, si prevede la procedibilità d’ufficio: ad esempio, tra le altre, le ipotesi di vittima di minore età e la connessione con un altro reato procedibile d’ufficio.

 

Damiano Rossi

 

[i] Legge n.66/1996.

[ii] Sentenza della corte di Cassazione n.8417/2003.

[iii] Sentenza del Tribunale di Genova 26 giungo 2001.

Bibliografia:

– G. Fiandaca E. Musco, Diritto penale parte speciale. I delitti contro la persona, Zanichelli Editore.

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