Chiude l’Ariston di Rovereto

È una lunga storia industriale quella che si chiude oggi nei capannoni della Ariston di Rovereto, dal 1 di aprile gli ultimi 45 lavoratori pur restando formalmente dipendenti del gruppo fino al termine della cassa integrazione saranno di fatto disoccupati.
Ancora aperta la speranza di riuscire ad insediare un’attività sostitutiva che possa almeno in parte recuperare le professionalità e le maestranze ma senza troppe illusioni visti i precedenti tentativi, fallimentari nonostante l’impegno profuso da dipendenti, sindacati e Provincia per concretizzare il progetto new.co. che avrebbe la scorsa estate dovuto recuperare tutti i lavoratori in una nuova attività legata alle produzioni Ariston e per la quale il gruppo avrebbe garantito forniture pluriennali ed una partecipazione societaria. In ogni caso lo scenario più realistico rimane ad oggi quello del ricollocamento dei lavoratori ancora lontani dalla pensione e dei necessari percorsi di riqualificazione per aggiornare le professionalità delle maestranze a profili più compatibili con le attuali esigenze dell’industria vallagarina.
Una lenta, ma costante parabola discendente quella disegnata dal gruppo negli ultimi anni, a cominciare dalla decisione dell’allora Merloni Termo Sanitari Group di delocalizzare in Cina e Russia le produzioni degli scaldabagni elettrici. È il 2005 e 300.000 pezzi all’anno prendono la via della seta riducendo a meno della metà gli allora 250 dipendenti dello stabilimento roveretano. Col senno di poi facile dire che già da allora si è intravisto un copione poi ripetuto e consolidato negli anni successivi: le produzioni a basso valore aggiunto e contenuto tecnologico se ne vanno verso paesi più competitivi (almeno dal punto di vista de costi di produzione) ma a Rovereto non si riesce a far intraprendere quella sfida di innovazione tecnologica, di prodotto e di processo che sarebbe necessaria per dare un futuro solido all’insediamento trentino. Quando poi anche le nuove produzioni di boiler ad energia solare, che per alcuni anni garantiscono una temporanea crescita occupazionale, vengono spostate i dipendenti scendono ulteriormente a 90, e poi ancora a 45. Il resto è storia recente, fatta di molte attese, speranze, delusioni.
Dopo Whirlpool si chiude un altro pezzo di storia industriale del Trentino, in questo caso con numeri certamente più esigui ma con una non meno importante eredità storica ed emotiva che in qualche modo rappresenta il segno del tempo che passa e con il quale, volenti o nolenti, dobbiamo riuscire a tenerci al passo per sopravvivere. Il futuro del Trentino industriale non può certamente ancorarsi alla sola difesa del manifatturiero tradizionale, l’alternativa però non è ancora matura e la transizione, se ci sarà, non sarà semplice. A noi sindacati spetterà il compito, non banale, di cercare si accompagnare i lavoratori in questa fase di cambiamento cercando il migliore equilibrio tra difesa del presente e costruzione del futuro tenendo sempre ben presente che non c’è vero progresso senza un giusto equilibrio tra sviluppo economico, equità e coesione sociale.

foto di Paolo Cagol