Caro Puigdemont, le rivoluzioni si fanno con il sangue e non con i fiori

“In una rivoluzione, se è vera, si vince o si muore”, affermava Che Guevara. Una frase profetica e dimenticata da Puigdemont e dal Governo della Catalogna in queste ore in fuga verso il Belgio. Ogni rivoluzione necessita di due elementi: il primo è la forza. Nessuna rivoluzione nella storia dell’uomo si è basata sulla non violenza, persino al Rivoluzione dei Garofani, avvenuta in Portogallo nel 1975, avvenne a seguito dell’uso continuo della forza da parte dell’esercito nelle colonie portoghesi. Neanche le rivoluzioni come quella polacca negli anni ’80 sono stati esenti dall’uso della forza. Basti pensare all’oculata controrivoluzione del 1981, elaborata appositamente per salvare la Polonia da un possibile intervento sovietico. Fidel Castro diventò leader maximo a Cuba a seguito di una rivoluzione, stessa cosa per Mao. L’indipendenza dei vari paesi della ex Jugoslavia, negli anni ’90, non si può certamente ricordare per delle adunate pacifiste con Tudman e Milosevic che reggevano fiorellini in mano. 

Le rivoluzioni vengono però fatte anche dai poteri forti borghesi che sono a partire dal 1789 al potere in Europa e nel Mondo. Fin dalla dichiarazione, poi sospesa, di indipendenza di Puigdemont, l’Unione europea ha espresso un netto rifiuto alla possibilità di una Catalogna indipendente. Il mezzo di forza utilizzato è stato il rifiuto di un possibile ingresso della Catalogna nel sistema euro, con conseguente distruzione dell’economia catalana.

Puigdemont alla fine si è trovato costretto a proclamare l’indipendenza per poi fuggire in Belgio. Come Masaniello, anche Puigdemont ha voluto combattere il potere spagnolo, solo che entrambi sono stati sconfitti da un sistema, quello spagnolo, ben lungi dall’essere distrutto. 

Giorgio Cegnolli