COME L’EUROCRAZIA PLUTOCRATICA DETERIORA I POPOLI

Capire per quale ragione la crisi finanziaria abbia dilaniato i bilanci di Paesi oggi al baratro, a partire dal 2007 è stata un’attività abbastanza radicata, che ha sollecitato la curiosità e l’operatività di molteplici economisti ed analisti del settore, dalle opinioni grossomodo condivisibili o totalmente scollegate dalla realtà e rasentanti il ridicolo.

Dai fenomeni lucrativi d’oltreoceano sui mutui subprime alla fine del 2006, le soluzioni sono giunte innumerevoli e si sono sprecate a destra e a manca nelle più fantasmagoriche alternative di ripresa e di rilancio: i politicanti credono che un ulteriore e definitivo balzo verso la tanto agognata globalizzazione ci dia la possibilità di riemergere dall’abisso. Gli “esperti” dell’econometria invece sono per un’emancipazione completa dei cittadini dallo Stato – da sempre percepito come esageratamente magnanimo e ben disposto. Al contrario, gli anti-sistemici ritengono che il recente scempio d’azione sociopolitica ed economico-finanziaria sia dipeso da disposizioni tanto capillari quanto non trasparenti.

È indubbio che una di queste abbia maggior completezza organica rispetto alle altre, fungendo da risoluzione conclusiva: i periodi di massimo scoramento e di amplificazione delle discrasie tra la ristretta opulenza e la cospicua miseria si annullano con una progettualità di lungo periodo che ponga il Popolo al centro di una prolificazione occupazionale e produttiva, in quanto garante del benessere e della ricchezza statuale nella pura teorizzazione oclocratica polibiana. Dunque, chiunque asserisca che urga l’ennesima ingerenza dell’internazionalizzazione, secolarizzante e svuotante le comunità territoriali dall’imprescindibile nazionalismo indentitario e dall’inamovibile sovranità assoluta, e/o che gli impianti istituzionali non debbano corrispondere nulla al tessuto sociale, significa che sia inconsapevole e incosciente, altresì addirittura colluso e in malafede.

Perché è evidente che qualcosa sia stato escogitato ai e dai vertici: in prima battuta, per ripudiare le ideologie che possano scuotere menti ed animi popolari e, in rapida successione, per reggere il gioco a quelli che detengono l’incisività esecutiva ed economa dei principali governi del Pianeta, affinché i piani congegnanti risultino meno ostici da conseguire e più efficienti da concretizzare. Nel melodrammatico ed obbrobrioso copione del capitalismo finanziario, i dettami del circolo elitario e precluso ai non affiliati lobbisti pervadono ogni sfera della quotidianità, per indottrinare la sopraffatta massa al proselitismo del dogma dei mercati affaristici e dei profitti incondizionati, denigrando la plebe reazionaria e costruttivamente eversiva, che sarebbe capace di mobilitarsi, se soltanto non vi fossero contaminazioni palazzinare e clientelari ad inibirla.

L’intuizione è semplice: i tattici burocrati dell’Unione Europea perseverano nella dittatura dell’Eurocrazia, non prodigandosi per abrogare normative fiscalmente e professionalmente stritolanti e per apportare riforme che pongano le basi dello sviluppo, bensì per sorreggere gli interessi dei banchieri e dell’alta finanza e per elargire, tramite i proventi da questa sottesa tutela, emolumenti ai propri funzionari e agli addetti ai lavori.

L’esempio lampante è ravvisabile in Germania, nonostante questa si fregi di registrare nei suoi confini uno dei tassi di disoccupazione più bassi in Europa: la confederazione della Merkel avalla annualmente i “Mini job”, ossia contratti di lavoro a remunerazione fissa ed irremovibile pari al netto a 400 euro mensili, che fagocitano circa il 10% della popolazione teutonica. In Grecia hanno importato il medesimo modello, senza però tenere conto che la precarizzazione non coadiuvi il ciclo produttivo. Malgrado quindi la procacità, il poter d’acquisto del ceto medio-basso tedesco è comunque irrisorio, se paragonato all’onnipresenza competitiva e concorrenziale di un signorotto americano.

Non è un caso infatti che gli Stati Uniti nel secondo trimestre del 2014 abbiano raddoppiato i consumi e conseguentemente il PIL, consolidando gli andamenti (quasi con costanza) positivi: come se nemmeno uno strascico di difficoltà avesse scorto i lidi a stelle e strisce, malgrado le speculazioni finanziarie siano state “Made in USA”, alla pari delle primarie nefandezze che hanno sgominato la geopolitica mondiale dal 1860 ai giorni nostri. Tutto questo con nessuno che rivendichi la propria posizione e rigetti l’alleanza con gli States, che sottesa e frugale nel corso dei decenni si è tramutata in servilismo a vantaggio della ingordigia utilitaria degli imbonitori yankee. La tecnocrazia egemone dell’asse Bruxelles-Lussemburgo-Strasburgo ha piuttosto distrutto le tradizioni culturali, sganciando i popoli dal nazional-sovranismo, ed è riuscita nell’intento di ottenere riscontri pratici deperendo gli stili di vita e le conduzioni famigliari.

Di Alex Angelo D’Addio

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*