MATTEO RENZI: PSI O DC, NE SCELGA UNO, LE EUROPEE SONO FINITE DA TEMPO

“Mille giorni di te e di me” sembra la parabola che meglio descrive l’esperienza alla guida del PD di Matteo Renzi, che dal 14 febbraio scorso ha lentamente occupato la scena della politica italiana, da una parte eliminando dal parterre nemici storici della sinistra moderata quale Luigi Bersani (detto Gigi) e della sinistra storica quale Enrico Letta, di famiglia “nobile” politicamente parlando, nipote di Giovanni Letta (detto Gianni) che, detto per inciso, essendo l’ultimo il braccio destro di Silvio Berlusconi, nonché lo zio di Enrico, non poteva non andare di traverso al Partito Democratico.

La politica del “sempliciotto” non convince più neanche “i suoi”. Polemiche dietrologiche a parte, torniamo quindi a Matteo Renzi, scelto quindi dal PD per dare risposte più semplici all’Italia alla deriva, legate a situazioni concrete e materiali, se vogliamo, poiché figlio di quella Toscana che lavora e che ben si guarda dalle difficili battaglie: “Daremo ascolto ai sindaci, ai territori” prometteva Matteo Renzi, che nella sua Agenda per l’Italia ha infilato di tutto e di più. Partorendo al momento solo ciò che riguarda la Pubblica Amministrazione, di sua competenza, nonché il Bonus degli 80 euro per le buste paga leggere, sempre come di sua competenza.

Ma vediamolo all’opera ora, che le Europee hanno dato un forte colpo emotivo, ma ricordiamolo sempre relativo, al PD, facendogli credere di essere il solo al governo del Paese: alle europee non tutti avevano reale interesse di partecipare, se non il PD, di cui l’Europa attuale, in riferimento all’Italia, è certamente il peggiore dei “parti” e a cui merita dedicare quindi del tempo. Alle Europee i cittadini non sono legati, non votano, non prendono parte all’agone politico, questa non è certo la storia di una maggioranza schiacciante, piuttosto di una corsa senza gara, ma i problemi non finiscono qui per Matteo Renzi.

I 1000 giorni, appunto, che rischiano di non arrivare mai, dal momento che l’elettorato del Partito Democratico, seppure in maggioranza, con Governo in mano, continua a scegliere le impervie vie dell’opposizione: caso strano, quello del PD, che nonostante il “rattoppo” di un Governo autonominatosi decide in corsa di far scendere i passeggeri.

Ed eccoci al 40% di oggi, quella parte che, il Matteo Renzi, il politico che tratta con Silvio Berlusconi, che si pone come “rottamatore”, che partecipa alle Missioni di Pace, strutturandole come aiuto umanitario armamentale, perché andrebbero letti, certi documenti della Camera, per avere il senso di ciò che accade, non lo ha mai voluto, ma ha deciso di dirlo adesso, a ridosso della Finanziaria, come al solito. Quando si tocca il portafoglio escono le polemiche: elezioni nel 2015? Per l’Italia, sappiatelo, questo non è economicamente sostenibile. Si presume, dunque, che non vi saranno elezioni anticipate, i soldi mancano davvero, non si parla di bruscolini, ma di 35 miliardi di euro, che lo Stato deve alle diverse partite iva aziendali sparse per il paese.

Renzi sbaglia: sbaglia quando antepone l’Europa all’Italia, immaginando che sia l’Italia a dover correre incontro al pagamento del debito, senza comprendere che al contrario il meccanismo del debito funziona, in questo caso aumentando, in modo inversamente proporzionale al mercato, ovvero se ci sono meno vendite e meno acquisti il debito aumenta, perché è un parametro relativo, non una quota su cui salgono interessi, ma un meccanismo, che ogni governatore italiano ha interpretato, ad oggi, pagando e non facendolo scendere, in un meccanismo autodistruttivo: pagando il debito devono aumentare i fondi di Stato, che per aumentare e pagare il negativo del debito costringono all’aumento della pressione fiscale, da cui l’aumento del costo del lavoro, nonché l’impoverimento delle aziende e delle persone, le quali quindi a loro volta dovranno tagliare e diminuire la spesa, facendo a quel punto balzare di nuovo il debito.

Un cane che si morde la coda, a cui parzialmente il Governo Berlusconi aveva cercato di reagire, sostenendo l’ipotesi che il mercato vada incentivato per diminuire il debito, cosa giusta, ma tralasciando quanto per emerita ignoranza non contemplato, ovvero che il sistema del welfare va fatto funzionare combattendo l’evasione fiscale, i contratti di lavoro slegati dall’apparato statale e cercando di aumentare la redditività dei servizi pubblici.

E quindi, ancora una volta, torna attuale anche il problema della Pubblica Amministrazione: Matteo Renzi sbaglia quando pensa che una via per uscire dalla depressione possa essere quella di investire sulle esportazioni, un modello piccolo, che non si paga da solo, come sbaglia ora, strutturando la scelta contrattuale sul modello della flexicurity danese, che ha fallito anche dove era stato creato, per pochissimi danesi, tutto sommato, caduto miseramente nel 2008, poiché in Italia non vi sono troppe spese per i pubblici servizi, le quali sono commisurate in realtà al sistema e alla demografia italiana, siamo poveri “di nostro” potremmo dire, bensì sono spese “malspese” poiché generano costi che non corrispondono a valevoli servizi e che non sono competitivi con i servizi, migliori, che sono offerti a costo minore dai competitor privati.

In Italia, come mai in nessun altro caso al mondo, assistiamo a situazioni in cui affidarsi al privato, non solo è più comodo poiché veloce ed elitario, ma per via dei risultati, rischia di essere anche molto vantaggioso a livello economico: perché allora, se non è un servizio valido, ma costa lo stesso, affidarsi al pubbico servizio, se con un sistema parallelo privato spendo meno e ottengo una prestazione migliore? E non si parla solo di sanità e di scuola, ma di tutto il resto. O dentro o fuori, purché vi sia una linea politica ed economica chiara, che taglia gli sprechi alla base degli investimenti, gli sprechi veri.

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