Gerusalemme capitale: il Medio Oriente americano si è ristretto

La decisione del presidente Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele ha suscitato aspre polemiche sia in Occidente che nel mondo mussulmano. Alla base della scelta di Trump c’è sicuramente la volontà di sdebitarsi verso la destra ebraica, decisiva per la sua elezione. Il nuovo status di Gerusalemme è però soprattutto la conseguenza di nuovo approccio statunitense al Medio Oriente e si collega alla storica decisione di installare una base militare permanente in Israele. Gli USA abdicano al ruolo di potenza imperiale “super partes” e si fanno carico soltanto della difesa d’Israele, lasciando che la Russia, in comune accordo con Iran e Turchia, colmi il vuoto di potere.

Un nuovo assetto per il Medio Oriente

Donald Trump ha mantenuto la promessa fatta in campagna elettorale: con un enfatico annuncio, il 6 dicembre, il presidente degli Stati Uniti ha espresso la volontà di spostare entro i prossimi sei mesi l’ambasciata da Tel Aviv, centro finanziario dello Stato d’Israele e capitale del medesimo secondo l’etichetta della comunità internazionale, a Gerusalemme, sinora capitale soltanto per gli israeliani. L’ONU si è sempre infatti detta favorevole ad un’internazionalizzazione della città e gli stessi Stati Uniti, sebbene nel 1995 il Congresso avesse approvato il “Jerusalem Act” per spostare l’ambasciata all’interno degli Accordi di Oslo, avevano sempre resistito alle pressioni israeliane, temendo di inimicarsi gli alleati arabi. Difficilmente il cambiamento innescherà una crisi regionale, considerato che tutti gli attori hanno al momento altre priorità, tuttavia segna una tappa storica, non tanto per Israele, quanto per il rapporto tra gli USA ed il Medio Oriente.

La scelta di Trump nasce, innanzitutto, dalla volontà di sdebitarsi verso chi ha dato un contributo decisivo alla sua elezione: come evidenziammo, infatti, subito dopo il suo insediamento, chi poteva dirsi maggiormente soddisfatto della sua vittoria erano il presidente russo, Vladimir Putin, e quello israeliano Benjamin Netanyahu, uniti dalla comune avversione verso la presidenza di Barack Obama e la prospettiva di uno Studio Ovale occupato da Hillary Clinton. Il genero di Trump, Jared Kushner, mantiene ottimi rapporti con la destra israeliana e ricchi simpatizzanti del Likud, come il re dei casinò Sheldon Adelson, non lesinano finanziamenti per assicurare la vittoria del repubblicano1. A soli dieci mesi dal suo insediamento, Trump ha quindi ripagato i suoi “grandi elettori”.

Ed il Cremlino, che ne pensa della decisione di Trump? Sebbene il ministero degli Esteri russo abbia affermato che la Russia “criticherà” la mossa statunitense al prossimo Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite2è improbabile che Mosca sia contrariata ed ancor meno sopresa. La prima grande potenza ad aver valutato di spostare la propria ambasciata a Gerusalemme è stata infatti la Russia stessa. “La Russia: Gerusalemme Ovest sia capitale d’Israele, la parte Est della Palestina3” scriveva La Stampa il 6 aprile del 2017. All’interno dell’articolo si può leggere:

“Gerusalemme Ovest capitale d’Israele, Gerusalemme Est capitale della Palestina. È questo il piano russo per provare a riportare la pace in Medioriente ufficializzato attraverso un comunicato del ministero degli Esteri di Mosca. La Russia è la prima grande potenza (la seconda nazione in assoluto dopo il Costa Rica) a riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale. (…) La decisione di Vladimir Putin avvicina in ogni caso moltissimo la Russia a Israele, scavalcando gli Stati Uniti. Presto la Russia sposterà la propria ambasciata a Gerusalemme Ovest.”

Il ministero degli Esteri russo valutava anch’esso di spostare l’ambasciata a Gerusalemme, tanto che, la scorsa primavera, sembrava addirittura che Putin dovesse anticipare Trump. Le “critiche” russe al riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele sono quindi formali, dettate dalla necessità di nascondere un’azione coordinata tra il Cremlino e la Casa Bianca, specialmente in queste settimane in cui infuria il cosiddetto “Russiagate”. Il presidente russo e quello americano stanno riscrivendo l’assetto del Medio Oriente e il riconoscimento del nuovo status di Gerusalemme è parte dell’accordo.

Il Medio Oriente ha consentito alla Russia di riconquistare negli ultimi due anni il proprio rango di superpotenza. Coordinandosi con l’Iran, Mosca ha scongiurato l’implosione della Siria e dell’Iraq, quindi, facendo leva sui timori della Turchia di vedere nascere ai propri confini un Kurdistan sponsorizzato dall’Occidente, Mosca ha attirato dalla sua parte anche Recep Erdogan (scatenando l’ira degli angloamericani, culminata con l’omicidio in diretta dell’ambasciatore Andrey Karlov). Progressivamente il Medio Oriente, falliti i piani di balcanizzazioni portati avanti dall’amministrazione Obama, è scivolato nell’orbita russa, regalando al Cremlino un’influenza superiore agli anni d’oro dell’Unione Sovietica e dell’impero zarista. Il vertice dello scorso 22 novembre a Sochi, dove si sono incontrati il presidente russo Putin, quello iraniano Rouhani e quello turco Erdogan, ha sigillato il nuovo equilibrio regionale: la politica del Medio Oriente si basa sul triangolo Russia-Turchia-Iran.

Il successo russo corrisponde alla disfatta dell’establishment atlantico: la strategia delle cancellerie occidentali era quella di ridisegnare la carta geografica del Medio Oriente, creando, tra il Mediterraneo e l’Iraq, due nuove grandi entità, il Califfato sunnita ed il Kurdistan. La spedizione militare russa, distruggendo sistematicamente i centri d’approvvigionamento e le roccaforti dello Stato Islamico, ha mandato a monte l’intero piano.Qualora Hillary Clinton avesse vinto le elezioni, sarebbe stato probabile un disperato rilancio in Siria, dagli esiti imprevedibili; vincendo Trump, è prevalsa la volontà di accomodamento: gli USA, di fronte allo loro espulsione de facto dal Medio Oriente per mano russa, non hanno sinora reagito in maniera eclatante. Resta però irrisolta, ovviamente, la questione di Israele.

Finché gli angloamericani erano i padroni del Medio Oriente, la sopravvivenza di Israele era garantita: armando e finanziando gli israeliani, armando e finanziando gli arabi, era possibile evitare una guerra di annientamento tra i due. Oggi, però, il Medio Oriente è controllato da russi, turchi ed iraniani: il contesto generale è più ostile che mai per Israele.

Scatta a questo punto l’intesa tra Trump e Putin: gli USA lasciano il Medio Oriente per ritirarsi nello Stato d’Israele, garantendone la sopravvivenza, la Russia occupa gli spazi lasciati vuoti dagli americani, ma esercita sui propri alleati le dovute pressioni per scongiurare una nuova guerra tra israeliani ed arabi. Ne seguono: lo storico annuncio lo scorso settembre dell’installazione di una base militare americana permanente in Israele4 (mai aperta sinora, perché incompatibile con il ruolo imperiale e “super partes” degli USA nel Medio Oriente), il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele da parte di Trump (che ribadisce così l’impegno statunitense a difendere l’alleato), analoghe intenzioni da parte russa, rassicurazioni russe sulla permanenza iraniana in Siria5.

La reazioni più dura allo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme è sinora venuta da Hamas, ed Hamas è sinonimo di Fratellanza Mussulmana, che è sua volta sinonimo di establishment atlantico: è l’islam sunnita che Barack Hussein Obama, Hillary Clinton e David Cameron scatenarono nel 2011 con le Primavere Arabe che incendiarono tutto il Nord Africa ed il Levante. Una nuova intifida a Gerusalemme sarebbe anche il tentativo di sabotare il più ampio accomodamento in corso tra Donald Trump e Vladimir Putin in corso.

Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele è uno sforzo per traghettare il Medio Oriente dall’egemonia angloamericana verso un nuovo assetto dominato dalle potenze euroasiatiche, evitando ulteriori terremoti. Se questo sforzo si rivelerà utile o controproducente, lo deciderà soltanto la storia.

Federico Dezzani