ISIS, TERRORISMO: COSA SUCCEDE IN TURCHIA IN CINQUE PUNTI

LA FINE DELLA TREGUA: Sabato 10 ottobre in Turchia ad Ankara, vicino la stazione centrale, sono esplose contemporaneamente due bombe durante una manifestazione in favore della pace fra esercito turco e PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan). La tregua iniziata nel 2013 è infatti finita in seguito all’attentato del 21 luglio a Suruc, centro a maggioranza curda, durante il quale una bomba uccise 32 attivisti curdi. L’attentato non rivendicato (e infatti si pensò all’ISIS), ma come rappresaglia i curdi uccisero tre poliziotti turchi e l’esercito turco rispose bombardando le postazioni del PKK in Iraq ponendo fine alla tregua. Da quel momento gli scontri sono riiniziati.
Alla manifestazione del 10 ottobre partecipavano ONG, sindacati e partiti di opposizione. In maggioranza erano curdi e militanti dell’HDP (Partito democratico dei popoli, filo-curdo) ormai divenuto terzo partito del paese.
I morti sono stati 106 e i feriti 300, è stato l’attacco più grave della storia della Turchia.
Dopo la tragedia del 10 ottobre, il PKK ha dichiarato una tregua temporanea fino alle prossime elezioni del 1° novembre. Ma l’esercito turco ha comunque bombardato delle basi del PKK in Turchia e in Iraq facendo 49 morti. Nonostante questo, il PKK ha ribadito che non interromperà la tregua per rispetto delle vittime dell’attentato.

CHI SONO I TERRORISTI: L’attacco non è stato ancora rivendicato. Inizialmente il primo ministro Ahmet Davutoglu aveva accusato il PKK, ma l’ipotesi non sembra realistica poiché nell’attentato sono morti moltissimi attivisti curdi.
Si pensa anche all’ISIS, che non avrebbe rivendicato l’azione terroristica per creare discordia fra governo turco e curdi, strategia usata anche da al Qaida in Iraq tra il 2004 e il 2005. Le persone fermate per essere sospettate di avere legami con l’ISIS sono state 15. Il governo afferma inoltre di avere prove certe che collegano l’attentato allo Stato Islamico e sarebbero anche in corso dei test del DNA.
La possibilità che sia stato l’ISIS sembra la più plausibile dal momento che la Turchia negli ultimi mesi è diventata un obiettivo sensibile.
Infatti, già dall’inizio della guerra in Siria nel 2011, il paese aveva fornito aiuto ai gruppi ribelli siriani, tra cui anche fondamentalisti, e quindi anche all’ISIS. Il tutto per danneggiare Bashar Al Assad, considerato un nemico dalla Turchia. Ma negli ultimi mesi la Turchia aveva concesso basi aeree agli Stati Uniti per bombardare le postazioni ISIS in Siria e aveva cessato di aiutare i gruppi ribelli più radicali.

IL DOPPIO GIOCO DELLA TURCHIA: Selahattin Demirtas, leader dell’HDP, ha accusato il governo turco di non aver saputo prevenire l’attacco e il giorno dopo l’attentato ci sono state delle manifestazioni in piazza contro il governo.
Lo stesso presidente Erdogan ha ammesso che sono stati fatti degli errori che andranno chiariti dopo le indagini.
Effettivamente un’altra teoria riguardo gli autori della strage sarebbe quella che fa riferimento alla cosiddetta “strategia della tensione”. Secondo questa teoria i servizi segreti e l’estrema destra (rappresentata nel paese dal Partito di azione nazionale, MHP) avrebbero architettato l’attentato per suscitare una reazione curda e provocare degli scontri nel paese. In questo modo Erdogan, con la difficile situazione che sta attraversando la Turchia a causa dell’economia in calo, del crollo della moneta, dell’arrivo di due milioni di profughi siriani e appunto del conflitto che si creerebbe se i curdi rispondessero all’attacco, sarebbe visto come il presidente che riporta l’ordine nel paese, l’unico in grado di ristabilire una situazione di pace con il pugno di ferro e otterrebbe così i voti della destra nazionalista. Ma questa è solo una congettura che circola in questi giorni, ancora non vi è nessuna prova a supporto di questa ipotesi.

ERDOGAN PERDE CONSENSI: In realtà però a Erdogan quei voti farebbero davvero comodo, perché alle ultime elezioni di giugno, dopo aver vinto tre elezioni consecutive (2002, 2007 e 2012), per la prima volta non ha raggiunto la maggioranza assoluta. Il partito del presidente, AKP (Partito per la giustizia e lo sviluppo), il 7 giugno ha ottenuto solo il 40,7% dei voti (258 su 550 seggi in Parlamento – TBMM, Grande Assemblea Nazionale Turca), e sarà quindi costretto a formare una coalizione per governare. Ma i colloqui per formare questa coalizione sono già falliti e il 1° novembre si tornerà a votare. C’è chi pensa che Erdogan abbia fatto fallire di proposito i colloqui poiché l’intenzione dell’AKP è quella di modificare la costituzione (cosa già fatta per consentire l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, prima eletto dal parlamento, il 10 agosto 2014, quando Erdogan fu eletto con il 52% dei voti dopo esser stato per dieci anni primo ministro).
La modifica della costituzione consisterebbe nell’attribuire maggiori poteri al presidente della repubblica, poteri come quello di sciogliere le camere e nominare i membri del governo. Al momento infatti il potere esecutivo rimane nelle mani del primo ministro. Alcuni paventano già una dittatura in stile sudamericano o una repubblica presidenziale sul modello adottato da Putin.
Ovviamente in una coalizione non sarebbe possibile effettuare delle modifiche di questa portata ed è per questo che all’AKP servono i 2/3 dei voti in Parlamento e sperano di raggiungerli nelle prossime elezioni anticipate di novembre, che saranno più che altro un vero e proprio referendum su Erdogan.

IL DIALOGO CON I CURDI Ma la vera novità delle elezioni di giugno è stato il risultato del partito dei curdi moderati, l’HDP. Sarebbe stato proprio questo inaspettato risultato che avrebbe impedito all’AKP di raggiungere i voti necessari per avere la maggioranza assoluta.
Era la prima volta che i curdi non si presentavano come indipendentisti (di solito eletti fra i 35 deputati votati su base provinciale) e hanno comunque raggiunto il 12,99% dei voti, superando per la prima volta la soglia di sbarramento più alta del mondo, ovvero del 10%, ideata proprio per bloccare l’entrata della minoranza curda in parlamento. Minoranza che rappresenta il 20% della popolazione turca.
I curdi sono presenti anche in altri paesi come Iraq, Iran e Siria, come si dice spesso, sono “il più grande popolo senza stato del mondo”.
Soprattutto sotto il governo di un presidente con tendenze autoritarie come Erdogan, che domina la scena politica turca da ormai quindici anni, il popolo curdo subisce ancora molte persecuzioni in questo paese.
D’altronde la scarsa tolleranza dell’ex sindaco di Istanbul è cosa nota.
La brutale repressione della manifestazione a Piazza Taksim nel maggio 2013 (dove ci furono 9 morti e 8.163 feriti) e la negazione del genocidio armeno (che tra il 1915 e il 1917 fece 1 milione e mezzo di vittime) durante la ricorrenza del centenario, che ricorreva lo scorso 24 aprile 2015, sono solo alcuni degli episodi che mostrano il clima che si respira in Turchia.
Emblematica la frase di Erdogan pronunciata dopo la risoluzione dell’UE con cui si riconosceva il genocidio armeno: “Le decisioni del Parlamento Europeo mi entrano da un orecchio e mi escono dall’altro”.

Sara Consolino

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*