DA GAZA ALL’IRAQ: E’ GUERRA IN TUTTO IL MEDIO ORIENTE

Non c’è pace in Medio Oriente: da Gaza all’Iraq, passando per Siria e Libano, si combatte senza sosta.

Dopo la tregua durata 3 giorni, è tornata la guerra a Gaza. Allo scadere del cessate il fuoco, Hamas ha ripreso un fitto lancio di razzi su Israele. Intanto, al Cairo si continua a lavorare per arrivare a un nuovo cessate il fuoco sotto il quale rilanciare il dialogo tra le due parti.

Altro fronte caldo è quello siriano. Qui il conflitto è iniziato nel marzo 2011 con le prime dimostrazioni pubbliche, poi diventate guerra civile l’anno successivo. Dopo un breve periodo durante il quale la guerra siriana occupava le prime pagine dei quotidiani, l’interesse dei media internazionali è via via calato, nonostante gli scontri durino ancora oggi.

In tre anni di guerra civile sono oltre 100mila le vittime e nessuna delle due parti è anche solo lontanamente arrivata vicina alla vittoria. Gli sforzi della comunità internazionale per cercare di risolvere o mitigare il conflitto hanno ottenuto pochi risultati. Le conferenze di pace tra regime e ribelli moderati sono fallite senza ottenere quasi nessun risultato.

Ma la situazione in Siria è tornata in prima pagina con la notizia della scomparsa di due giovani volontarie italiane, Vanessa Marzullo e Greta Ramelli. Le due ragazze si trovavano vicino ad Aleppo per seguire progetti umanitari nel settore sanitario e idrico quando sarebbero state prelevate da un gruppo armato. Del caso si sta occupando l’Unità di crisi della Farnesina.

La guerra civile siriana, sempre più violenta, è uscita dai confini; si combatte infatti anche nel nord-est del Libano. L’esercito libanese è entrato ad Arsal, cittadina vicina al confine con la Siria, teatro nei giorni scorsi di combattimenti con diverse centinaia di jihadisti che si erano infiltrati dal paese vicino. Il ritiro dei militari islamici ha permesso il ritorno a Beirut dell’ex primo ministro libanese Saad Hariri dopo tre anni di assenza, motivati da timori per la sua incolumità.

C’è anche l’Iraq sotto i riflettori internazionali. Il gruppo jihadista Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), cresciuto sotto l’egida di Al Qaeda, con cui ha interrotto i legami nel 2013, ha preso di mira i cristiani iracheni che, con le altre minoranze, sono stati costretti ad abbandonare le loro case per non essere sterminati dai jihadisti che guadagnano posizioni nel nord dell’Iraq.

L’obiettivo del gruppo è di realizzare un unico califfato islamico che riunisca le regioni a maggioranza sunnita di Siria e Iraq. Guidato dal califfo Abu Bakr al Baghdadi che  è stato inserito dagli Usa nella lista dei terroristi globali più pericolosi, sulla cui testa pende una taglia di 10 milioni di dollari. Si stima che il gruppo possa contare su circa 30mila miliziani.

Sono oltre 100.000 i cristiani in fuga dalle città conquistate dai jihadisti, che hanno anche “tolto le croci dalle chiese e bruciato antichi manoscritti”, come ha riferito il patriarca caldeo di Kirkuk.

La nascita del califfato dell’Isis non viene solo attaccata dall’Occidente, ma anche dal mondo arabo e da altri gruppi jihadisti sunniti, che temono il suo strapotere e sua la ferocia.

Barack Obama ha autorizzato attacchi aerei mirati contro i combattenti sunniti, dicendo che la misura è stata pensata per “evitare un potenziale genocidio” nel paese. “Ho autorizzato attacchi aerei per rompere l’assedio e proteggere i civili intrappolati” ha affermato il presidente, che poi ha ribadito come nessun soldato americano sarà inviato sul territorio iracheno.

L’annuncio di Obama è venuto dopo che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato i recenti attacchi da parte dell’Isis e ha chiesto il sostegno internazionale per il paese.

Marianna Di Piazza

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