INTERVISTA A SALVATORE SANTANGELO: L’ATTUALE SITUAZIONE LIBICA

salvatore santangelo, foto di google.com

Salvatore Santangelo, giornalista professionista ed esperto di politica internazionale, dal 2009 al 2013 è stato direttore del Centro studi della Fondazione Nuova Italia. Attualmente anima il sito www.geopolitica.info dove cura una rubrica dal titolo Teatri d’operazione su guerra e immaginario e un blog su www.huffingtonpost.it. Ha partecipato a diversi volumi collettivi tra i quali Italia, potenza globale? (Fuoco Edizioni, 2013). Lo abbiamo intervistato in merito all’attuale situazione libica, con particolare riferimento al ruolo dell’Italia nel conflitto in corso.

Alla luce di ciò che sta accadendo in Libia, la situazione appare agli occhi dell’opinione pubblica confusa e incerta. Potrebbe aiutarci a capire qual è lo scenario oggi?

Non possiamo negare che siamo rimasti tutti fortemente impressionati dalla crisi libica, dalle drammatiche immagini che arrivano dall’altra sponda del Mediterraneo. Ci sentiamo disorientati e ancor più minacciati perché ci siamo scoperti “frontiera” esposta di un’Europa distratta da altre priorità, in primis dalla crisi Ucraina. Basti pensare che nel corso della Munich security conference (che si è tenuta dal 6 all’8 febbraio nella capitale bavarese) dove si è discusso ai massimi livelli di sicurezza globale, alla questione libica è stato riservato solo un fugace cenno. Nel nostro Paese, il sentimento diffuso ricorda per molti versi quello dell’inizio del 2011 – nell’imminenza dell’intervento anglo-francese  – quando era pressante la spinta ad agire e a fare comunque qualcosa (non a caso Matteo Renzi ha parlato di isteria). Una maggiore prudenza, allora, avrebbe certamente giovato, così come oggi aiuta non impegnarsi in azioni che si possono rivelare azzardate. Volendo poi sintetizzare la situazione sul campo, possiamo dire che si confrontano confusamente due schieramenti. Da un lato, le milizie della roccaforte di Misurata – strategico snodo infrastrutturale – sostenute dalla Turchia e dal Qatar (Paesi che nel caos libico hanno più di una responsabilità) schierate accanto al governo di Tripoli (espressione del vecchio Parlamento) assieme alle frange dell’Islam più radicale. Dall’altro lato della barricata, le truppe di Zentan e quelle che fanno riferimento al generale Haftar: una compagine variegata che sostiene il governo anti-islamista di Tobruk guidato da Al Thani.

Il Governo italiano ha dichiarato che questo non è ancora il momento di intervenire militarmente. Cosa ne pensa?

Anch’io sono contrario a un intervento militare a guida occidentale, ma il fatto che la situazione in Libia sia così delicata da richiedere grande prudenza nelle decisioni non implica che l’Italia debba avere un atteggiamento passivo. Anzi, dobbiamo esercitare una maggiore “assertività” in tutti consessi multilaterali: le Nazioni unite in primis, ma anche l’Alleanza atlantica e l’Unione europea. Deve aumentare il nostro sostegno all’azione del rappresentante Onu – lo spagnolo Leon – per far dialogare tutte le diverse fazioni, coinvolgendo anche la Senussia (in grado di svolgere un importante ruolo sia politico che culturale e religioso). Il tutto ricordando che esiste un governo legittimo (perché legittimo è stato riconosciuto dagli osservatori internazionali il voto di giugno) che è quello di Tobruk sostenuto da Zentan e dalle truppe del generale Haftar. Sempre in ambito Onu, l’Italia deve impegnarsi per ottenere una risoluzione urgente in grado di “sterilizzare” il sostegno esterno alle diverse parti in lotta mediante embarghi mirati. Stiamo parlando anche di sorveglianza delle esportazioni di idrocarburi e del controllo delle ingenti riserve finanziarie libiche tuttora all’estero. Inoltre dovremmo invocare l’articolo IV del Trattato atlantico per “imporre” agli alleati la discussione di un’agenda sulle conseguenze per la sicurezza che il precipitare della situazione in Libia comporterebbe per l’intero fianco sud della Nato. La crisi libica deve essere anche l’occasione per l’Italia per superare finalmente la visione “minimalista” che sta ispirando “Triton”: i flussi migratori, che non sono un fenomeno né contingente né di breve durata, possono essere gestiti solo con un orizzonte politico di più ampio respiro e con la piena condivisione da parte di tutti i Paesi della Eu degli oneri e delle responsabilità di questa drammatica emergenza. Questo stesso protagonismo deve essere esercitato dall’Italia anche nei rapporti bilaterali con tutti i diversi attori (statuali e non) esterni alla Libia, che hanno una qualche “influenza” sulle diverse fazioni in lotta. Questa nuova centralità del nostro Paese si può raggiungere solo se riusciremo a mettere in campo una politica estera (bi-partisan) lineare e coerente che eviti le sbavature a cui abbiamo recentemente assistito. L’obiettivo finale resta una risoluzione delle Nazioni unite che consenta – quando ce ne saranno le condizioni – l’ingresso in Libia di una forza multinazionale a sostegno delle ricostituite istituzioni libiche. Tale forza dovrà avere una chiara connotazione araba e africana. Ribadisco, non deve e non può essere l’Italia (o l’Occidente) a gestire militarmente il possibile intervento sul campo proprio per evitare che se ne faccia una lettura neo-coloniale; il nostro Paese deve, invece, porsi alla guida di tutte le iniziative politiche e di intelligence possibili.

Quali sono gli interessi che l’Italia ha in Libia?

L’Italia è il primo partner commerciale della Libia. Siamo i maggiori acquirenti e i fornitori più importanti. Per capire di cosa stiamo parlando, basti pensare che – solo in queste ultime settimane – il danno subito dalle nostre imprese è stato di almeno 100 milioni di dollari per le commesse in corso (secondo una stima approssimativa della Camera di Commercio italo-libica). Le Pmi italiane solo nel 2014, quando già la situazione interna del Paese era in gran parte deteriorata, hanno generato export per 3 miliardi. E parliamo di un anno in cui c’è stato un brusco calo delle nostre forniture meccaniche, dei mezzi di trasporto e dei semilavorati. Per non parlare poi dei crediti che le nostre imprese reclamano: a ottobre 2014, ammontavano a più di 650 milioni di dollari. Per quanto riguarda il delicato fronte degli approvvigionamenti energetici, di fatto l’Eni sta concentrando il suo impegno sulle piattaforme offshore, anche se i suoi pozzi, fino a ora, sono funzionanti. Un dato ulteriore: attraverso Greenstream (il gasdotto che parte dal centro di trattamento di Mellitah e arriva al terminale di Gela) sono transitati lo scorso anno 10 milioni di metri cubi di gas, mentre – prima della crisi del 2011 – erano stati 25 milioni.

Qual è la posizione della popolazione libica nei confronti dell’avanzata jihadista e, in particolare, qual è il ruolo dell’Egitto?

Anche la Libia sta scoprendo le sanguinarie consuetudini degli assassini qaedisti. L’elenco delle atrocità è impressionante: uccisione di iman moderati, demolizione di moschee Sufi, torture e decapitazioni, fino ad arrivare all’efferato massacro dei coopti con il suo minaccioso messaggio ai “popoli della Croce”. E nonostante tutto questo gli elettori libici hanno tributato una schiacciate vittoria alle forze liberali e filo-occidentali, ma proprio la sconfitta nelle urne ha portato gli islamisti a una radicalizzazione dello scontro. La maggioranza dei libici non vuole uno Stato islamico, quindi qualsiasi azione da parte dell’esterno deve essere gestita con grande delicatezza per evitare un ulteriore precipitare della situazione. L’Egitto ha certamente un ruolo centrale. Lo ha nel sostegno logistico e militare ad Haftar e al Governo di Tobruk. Al-Sisi si è scontrato frontalmente con i Fratelli Musulmani e Ansar al-Sharia (che combatte al fianco di Misurata) è un’emanazione della Fratellanza. Inoltre, ci sono prove che diverse decine di Fratelli Musulmani sfuggiti alla repressione combattono in Libia e che siano arrivate in Egitto armi sottratte dagli arsenali di Gheddafi per rifornire gruppi di opposizione. L’Egitto dei generali non permetterà mai la costruzione di “santuari” salafiti ai propri confini.

 L’Isis manterrà la sua promessa di arrivare a Roma?

Manteniamo i piedi per terra distinguendo tra “narrazione” e realtà. Dell’autoproclamato Stato Islamico conosciamo la strategia mediatica fatta di efferatezza e violenza drammatizzata ai massimi livelli ma in realtà non sono chiare la sua consistenza, le sue reali capacità militari, i suoi collegamenti internazionali, e per quanto riguarda la Libia, il suo radicamento sul territorio e la sua presa sulla società tribale. Comunque ci troviamo di fronte a una realtà che si contrasta con azioni politiche e di intelligence più che tramite un intervento diretto, almeno da parte dell’Occidente. A sconfiggere l’Isis dovranno essere (con il nostro supporto) i giordani, gli iracheni e gli egiziani. Il nemico islamista non si può affrontare solo da un punto di vista militare, ma anche da quello dell’immaginario e dell’ideologia, come dimostra la convocazione, da parte dell’egiziano Al Sisi e del giordano Abdullah, di un grande convegno dei saggi dell’Islam sunnita. Solo così si può provare a contrastare il progetto – politico, militare e ideologico – di al Baghdadi. Un progetto che sta galvanizzando e seducendo il variegato mondo jihadista anche nelle periferie-ghetto dell’Occidente.

di Francesca Lavagna

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