Approvato il CETA, ovvero come sarà aggirato il TTIP

Non ha avuto grande risonanza mediatica, eppure domenica scorsa è stato approvato l’Accordo Economico e Commerciale Globale (Comprehensive and Trade Agreement, ovvero CETA) – l’importantissimo partenariato di libero scambio tra Canada e Unione Europea.

Non sono state poche le difficoltà nell’approvazione del CETA: le trattative sono iniziate nel 2009, per concludersi cinque lunghi anni dopo nel 2014. Nelle ultime settimane l’accordo era ostacolato dall’opposizione del governo socialista della Vallonia, regione francofona del Belgio, che alla fine ha ceduto sotto le forti pressioni internazionali.

Sorprendentemente, al contrario del simile trattato tra Stati Uniti e Unione Europea (il TTIP), il CETA non è stato minimamente al centro di dibattiti e polemiche, né ha ottenuto grande visibilità mediatica. Eppure è un accordo internazionale che ripresenta i medesimi vizi del momentaneamente archiviato TTIP.

Infatti con l’approvazione del CETA verrà abbattuto il 98% delle barriere doganali tra Canada e Unione Europea, permettendo alle grandi imprese nord americane di infiltrarsi nell’economia europea con molti meno controlli (e viceversa). Inoltre, i critici del trattato di libero scambio denunciano il fatto che, esattamente come nel TTIP, mancano completamente discipline che tutelino l’ambiente e i diritti dei lavoratori.

Non solo: il Canada fa anche parte dell’Accordo Nord Americano per il Libero Scambio (North American Free Trade Agreement, ossia il NAFTA), un partenariato che raggruppa le economie del Messico, degli Stati Uniti e, appunto, del Canada – accordo che, come denunciato più volte dal Premio Nobel per l’Economia nel 2001 Joseph Stiglitz, ha ulteriormente peggiorato il già precario mercato messicano. Quindi il CETA può essere applicato come un velato “Cavallo di Troia” del TTIP senza tanti problemi: le grandi multinazionali statunitensi potranno infiltrarsi in Europa passando per il Canada attraverso le proprie consociate canadesi, aggirando in questo modo il fallimento delle trattative sul TTIP.

Altro punto in comune con l’accordo tra Stati Uniti e Unione Europea è l’istituzione dell’Investment Court System (ICS), ovvero un tribunale internazionale di natura privata presso cui le imprese potranno portare in giudizio gli Stati sovrani qualora lamentassero dei limiti ai loro profitti. Questo meccanismo non è certo una novità, ed è già in atto da qualche anno a questa parte: si prenda ad esempio il caso della Veolia, società francese per la gestione dei rifiuti, la quale ha chiamato in causa lo Stato Egitto per aver attuato un aumento del salario minimo ai lavoratori nel settore, limitando i profitti della multinazionale. Oppure ancora il colosso del tabacco Philip Morris che ha citato in giudizio gli Stati sovrani Australia e Uruguay per aver intrapreso politiche sociali che disincentivassero i propri cittadini al consumo di sigarette – la causa legale con l’Uruguay è ancora in corso, mentre quello con l’Australia si è concluso nel 2015 con la vittoria del Paese oceanico ai danni della multinazionale statunitense.

In pratica, il CETA è l’altra faccia della medaglia del TTIP, ed ha il medesimo obiettivo: abbattere le leggi sovrane presenti nei Paesi membri dell’Unione Europea, parificando completamente le grandi imprese agli Stati sovrani. Ma, d’altro canto, questa non è che la realizzazione ultima della dottrina neoliberista: il legittimo potere politico sottomesso a quello tecnico-economico.

di Giuseppe Comper

[Photocredit: Globalist.it]