Matteo Salvini e la libertà di parola

Dopo la bufera di ieri, che ha visto il colosso dei social network “Facebook” bloccare per 24 ore il profilo di Matteo Salvini, reo di aver fatto uso della parola “zingari” in un contesto in cui lo stesso segretario denunciava l’irregolarità dei numerosi campi Rom, oggi, lo stesso social afferma – solo in un secondo momento – che “l’account è stato sospeso per errore”.
Ma sarà forse un errore poter pensare che – nel 2015 – l’uso della parola “Zingari”, in un contesto di dialogo politico e di “denuncia”, nei confronti di un problema socioculturale odierno, quale quello dell’integrazione di un popolo, un’etnia – per riprendere ciò che sostiene la stessa treccani – possa portare un colosso della comunicazione 2.0 a bloccare “per errore” un profilo pubblico?
Sarà che, come ribattezzato ieri dallo stesso segretario leghista, l’Italia “ipocrita” oltre che “sovrana”, la pensa diversamente?
O sarà che la “libertà di espressione” e di “parola” è relegata a ciò che i sinistroidi del “politically correct” vogliono sentirsi dire? E cioè che questi popoli vanno aiutati e sostenuti, ma a quale costo?
Di questi tempi, termini come integrazione, sostegno e aiuto nei confronti dei rom, come di qualsiasi altro immigrato clandestino che quotidianamente sbarca sulle nostre coste, sono ormai all’ordine del giorno, in un contesto di crisi e di “sacrifici” imposti dall’Unione Europa a Stati “ponte” quali l’Italia.
Quasi quest’ultimi, quest’ultima, dovesse – da sola – far fronte, oltre che ai problemi di disagio sociale interno, porre rimedio anche ai problemi che non la riguardano. Ma che nessuno osi impedire una qualsivoglia affermazione inerente a un problema tanto delicato, quanto comunemente condiviso, quale quello dell’immigrazione. Di cui in pochi realmente hanno il coraggio di occuparsi.
È di ieri infatti, il sondaggio svolto da “Virus- Il contagio delle idee”, che vede il 95% degli Italiani pensarla come il segretario della Lega sul tema Rom. Giusto perché “il popolo è sovrano”, come sancito dalla Costituzione, anche in un sondaggio televisivo. O forse solo in quello?
Fatto sta che Salvini, dal canto suo, ha il sostegno del popolo e un picco di consenso mai raggiunto prima sul tema inerente alla delicata situazione dei campi rom.
Forse “raderli al suolo”, come lo stesso segretario ha affermato, risulta ai più – e tra questi anche il Vaticano – un’affermazione forte e insensata, ma il concetto che scinde la semantica stessa della frase resta pura verità nel pensiero di molti e riscontra un problema comune di integrazione, ancora non affrontato e risolto al giorno d’oggi.
È logico e più che doveroso poter pensare che, in realtà, l’affermazione dello stesso segretario federale fosse più una provocazione che una concreta risoluzione del problema stesso. Forse anche dai toni un po’ troppo forti.
Ma l’attacco mediatico nei suoi confronti ha fatto emergere altro.
Ha dato una risposta concreta del perché l’Italia – oggi più che mai – si attesta al 73° posto come libertà di espressione per “intimidazioni politiche”, alla faccia del #JesuisCharlie.
Certo, certe affermazioni dette da un esponente politico, risuonano “gravi”, ma allo stesso tempo anche amplificate e strumentalizzate. Perché nulla – nei limiti del consentito – dovrebbe vietare una qualsivoglia manifestazione del pensiero; troppo spesso asservito al potente di turno in nome di un falso buonismo. Quello che ci ha portato, mettendoci una bella benda sugli occhi, al disagio e al malcontento attuale. E a qualcuno, come a Salvini, ad un consenso che in pochi anni è cresciuto (e crescerà).
Un falso moralismo nocivo per gli stessi oppositori. Un finto perbenismo che altro non ha fatto che inasprire i toni, anche di coloro si professavano  moderati tra l’opinione pubblica, e che avvelena il concetto stesso di democrazia, con ovvie conseguenze per lo stesso concetto di libertà quando un’azienda si arroga il diritto di poter decidere cos’è passabile o meno. Manco fossimo nell’era della santa inquisizione.
Forse, occorrerebbe capire che ciò che Salvini da un po’ di tempo porta avanti nella sua “battaglia politica” non è uno scontro ideologico fra civiltà. E nemmeno uno scontro fra culture diverse. Semplicemente, seppur con toni duri (a volte difficilmente giustificabili agli occhi dei più, ma solo in apparenza, sulla bacheca di un social) mette in evidenza problemi comuni attuali: disagi che le istituzioni non sono in grado di risolvere. 
Lui denuncia. Agli altri non resta che criticare.
di Giuseppe Papalia

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