Lavoro liberalizzato? I Maggio: più posizioni ma meno diritti, le famiglie a secco di welfare

Volevano snellire il problema della contrattazione tra i lavoratori e le aziende – in questo senso limitando la logica sindacale delle vertenze in favore della conciliazione – e in gran parte questo risultato è stato raggiunto: certezza nelle liquidazioni a breve, pagamento esentasse nel caso della conciliazione, agevolazione nell’inizio e nella chiusura dei contratti di lavoro a termine, infine aumento delle posizioni lavorative per merito degli incentivi fiscali.

Il I Maggio 2016 è però una giornata del lavoratore un po’ a metà: diminuendo le garanzie contrattuali e aumentando invece la logica degli sconti contributivi qualcosa si è perso: i contributi continuativi (INPS), da una parte, importantissimi se il lavoratore ha superato l’età di collocamento, stimabile ad oggi tra i 25 e i 35 anni; la sicurezza sul posto di lavoro (INAIL).

La logica verso cui l’Italia si sta assestando è quella della liberalizzazione del contratto di lavoro. Un processo che ha molti vantaggi, particolarmente per i giovani, meno per chi ha superato l’età del collocamento. La pulizia delle collaborazioni (ex co.co.co e ex co.co.pro.) riguarda tutte le professioni che non possono essere stimate “a cottimo” come ad esempio autisti, baristi e camerieri, commesse, estetiste e parrucchiere, magazzinieri, muratori, braccianti agricoli, segretarie, impiegati dei call center.

Fonte: Italia Oggi
Fonte: Italia Oggi

La principale novità del biennio 2015/16 riguarda però il lavoro pagato con i voucher, questo procedimento ha senza dubbio il solo vantaggio della “velocità” nell’adeguare un rapporto di lavoro saltuario (precedentemente inquadrabile nel famoso sommerso) in un lavoro a norma di legge. Il buono lavoro è però un pezzo di carta utile alla riscossione che comprende per chi eroga il buono una quota INPS, INAIL, in cui sui 10 euro, valore minimo, lordi il lavoratore si mette in tasca 7,50 euro. Seguono i voucher superiori per mansioni con più ore, che sono da 50 euro, di 37,50 euro netti o da 20,00 euro. Fino a qui un esercizio matematico funzionale.

Cosa accade però in realtà: sono aumentati del 47% i lavoratori così inquadrati in quanto, trattandosi di valute fisse le ore in esubero restano “a nero il datore di lavoro è al sicuro dai controlli, il lavoratore resta senza coperture.

Unico punto in vantaggio del lavoratore: nel periodo di precariato continua a maturare la disoccupazione. Di contro però il TFR va in sofferenza (non si matura) così come non esistono conteggi di ferie, malattia, assegni famigliari, maternità. La sostanza del voucher è semplice: pagamento subito di quanto lavorato e nel periodo in cui non si lavora non si percepisce nulla. Un pezzetto di carta che indica l’esistenza di un contratto di lavoro (sostanzialmente una ritenuta fiscale con vantaggio su INPS – microcontributi – INAIL nel caso di infortunio sul lavoro).

La manovra del Jobs Act ha dunque aumentato le assunzioni fisse in posti di lavoro già esistenti, favorito il reintegro dei licenziati, quindi ha ridotto il precariato totale, ma non ha portato un aumento delle posizioni lavorative, relativamente alla trasformazione delle posizioni instabili in posizioni a tempo indeterminato, grazie ai benefici fiscali; nel caso delle collaborazioni ha portato un aumento delle posizioni fiscali aperte (da cui la sensazione che il lavoro sia aumentato) che coincidono – appunto – con l’aumento dei voucher erogati da soggetto fiscale.

Effetti negativi: il primo e più evidente effetto è legato al calo del costo del lavoro, eluso fiscalmente grazie alla non copertura delle indennità accessorie, che ha però – nel suo relativo miglioramento – la conseguenza di un allineamento del prezzo del lavoro (stipendi netti) su valori più bassi, portando quindi a indebolire la media del valore di una prestazione lavorativa (stimata in ore) e quindi rendendo debole il lavoratore nella contrattazione del proprio stipendio (ad esempio nelle piccole aziende dove il contratto e il prezzo del lavoro è stabilito nella conciliazione dipendente, impresa).

Istituto Indipendente I.sul L. Bo
Istituto Indipendente I.sul L. Bo

Un secondo effetto negativo è dato dall’aumento degli incidenti e dei morti sul lavoro, quest’anno si parla del 16% in più, un fatto grave. Non mancano le cronache per portare evidenza di quanto è accaduto nel 2015. Si annoverano negli incidenti i trasporti, i malori, l’agricoltura, i cantieri, le fabbriche. Nel primo trimestre del 2016 la tendenza sembra essere invertita – ma è presto a dirsi poiché nei primi mesi dell’anno non si ha una percezione che possa essere predittiva. Nonché a farla da padrona sono i lavori agricoli e i cantieri, notoriamente dimezzati nel periodo invernale.

Quello però che merita evidenziare è che un contratto di lavoro a tempo determinato o indeterminato comprende nell’assicurazione anche lo spostamento casa – lavoro. Nel lavoro a voucher no. Come non è compreso in tutti i rapporti di lavoro in cui non è chiara la copertura delle ore effettive, cioè i rapporti irregolari od occasionali. Una tantum.

La direzione verso cui si sta andando: il lavoratore, ad oggi, se non ha un rapporto di lavoro a tempo determinato o indeterminato regolare ha davanti delle possibilità, trattare un prezzo del lavoro buono e sufficiente per potersi garantire l’assicurazione privata e i contributi con la pensione complementare. E per tutto questo serve – comunque – un buon appoggio sindacale o un buon consulente sindacale. In un’ottica di liberalizzazione del contratto precario, che sia legale ma anche garantista per il lavoratore.

Un’ultima considerazione: gli ammortizzatori sociali. La Riforma Berlusconi e la Riforma Fornero, in tema di pensioni, hanno garantito da una parte una maggiore uguaglianza nel trattamento pensionistico, dall’altra una sensibile riduzione degli importi delle pensioni maturate dai lavoratori. Più pensioni ma più basse. Indubbiamente ciò ha il merito di arrivare a una maggiore copertura sul territorio nazionale.

Non dimentichiamoci, però, che gli studi di settore hanno confermato come un terzo delle famiglie italiane con minori a carico siano soggette al contributo continuativo dei “nonni” per la gestione dell’economato domestico. Il famoso rapporto inter-generazionale datato 2005 parla di ciò; quindi la riforma – dall’altra parte – porta inevitabilmente a un aumento delle richieste degli storici “assegni sociali” cioè per le famiglie con minori a carico, con disoccupati o con persone che non hanno maturato indennità lavorative.

In questo senso la Riforma del Welfare apre un’ulteriore falla: lo sfavore verso le famiglie con stanzialità.

La parte debole di questo sistema di riforme resta la famiglia italiana con “soggetti deboli” che si trova a competere dal punto di vista esclusivamente delle prestazioni assistenziali con un aumento di “persone deboli” per effetto di crisi, diminuzione delle offerte di lavoro, migrazioni temporanee che usufruiscono dello stesso fondo messo a disposizione dal Governo o dalle Regioni, in minor misura dai Comuni.

In questo senso servirebbe un’ulteriore riforma: le leggi sul welfare, in Italia, sono calibrate su una logica vecchia che non fa distinzioni tra “soggetti deboli” permanenti e “soggetti deboli” transitori. E’ evidente che una famiglia italiana in difficoltà occupazionale, con mutuo a carico e stanzialità prevedibile sul territorio nazionale avrebbe bisogno di introdurre non solo il parametro di uguaglianza, ma anche quello di equità, nei confronti delle famiglie analoghe (dello stesso tipo) che si trovano però in posizione vantaggiosa (senza “soggetti deboli” a carico).

Il meccanismo di equilibrio viene dunque meno quando il parametro di equità non viene rispettato e in questo modo viene preclusa la possibilità, per tali famiglie, di poter arrivare alla parità con le famiglie che non sono in difficoltà, mettendo a rischio, prima di tutto, la stabilità sociale (disagio economico) e colpendo duramente principalmente i giovani (destino occupazionale e limitazioni nelle scelte di studio e del proprio futuro) in questo senso tornando indietro di quarant’anni in tema di parità sociale, mettendo invece in luce una situazione di forte disuguaglianza sociale.

Tutto questo non significa necessariamente che il Governo sia chiamato a erogare finanziamenti diretti sotto forma di reddito indiretto, bensì che il Governo è chiamato a una valutazione del “danno” effettivo corrispondente all’abbandono delle famiglie italiane con “soggetti deboli” al fine di valutare una riforma che consenta di dare uguaglianza e equità dove c’è reale bisogno.

Il parametro che più spesso viene eluso, in merito agli ammortizzatori sociali, è quello della stabilità nel tempo: in questo senso, ad esempio, l’Inghilterra, in vantaggio dal punto di vista programmatico rispetto alla UE, ha recentemente stabilito che i lavoratori stranieri che hanno permesso di soggiorno legato al posto fisso, qualora abbandonino il posto di lavoro volontariamente o termini la loro posizione lavorativa perdono il requisito ai benefici statali ancorché cittadini europei. Una manovra non da poco, che porta le famiglie europee a maturare anche una coscienza nazionale.

Di Martina Cecco