Il ritorno della Sinarchia

Parigi val bene una jihad. E un golpe. E un nuovo sistema liberticida. E una sovraesposizione mediatica che la benedirà in questi giorni all’ombra del Cop 21. Perché mai? Proviamo a riassumere.
Il delirio mondialista Come noto – si fa per dire – il sogno di un governo mondiale prende ufficialmente forma nel XVIII secolo a Londra e nelle élites dell’Impero britannico. A fine secolo Londra inizia però a subire la pressione di New York che intende scalzarla dalla testa del progetto e dal suo stesso impero. Frattanto Parigi si è andata imponendo come capitale universale delle lettere, del pensiero, della cultura e anche dello sport visto che de Coubertin pianifica le Olimpiadi moderne battendo sul tempo la Freemasons Hall di Londra. La grande esposizione del 1899, quella per la quale si erige la Tour Eiffel, fa della Ville Lumière una vera e propria capitale mondiale. I suoi servizi segreti si mischiano con quelli inglesi nel varo della Buona Novella del comunismo illuminato nel mondo. Non vi sono estranei, ovviamente, né ambienti massonici né sette magiche. Per esempio il ruolo della Bésant, la sacerdotessa teosofica della Blavatsky, sarà notevole e strategico, stesso dicasi per Papus che frequenterà quel Saint-Yves d’Alveydre di cui parleremo tra breve. La vittoria nella Grande Guerra e la pace di Versailles, con il varo della Società delle Nazioni, segneranno il trionfo congiunto dei poteri occulti statunitensi che hanno in mano la presidenza Wilson e di quelli francesi, affratellati tra loro fin dal tempo della Guerra d’Indipendenza americana.
La proposta della Sinarchia Intanto il filosofo Joseph Alexandre Saint-Yves d’Alveydre aveva tracciato il programma di una democrazia controllata che avrebbe definito Sinarchia, con il Potere separato nei tre canonici ambiti della democrazia ma sottoposto all’Autorità gestita da insegnanti o saggi. Il progetto definito dal suo autore avrebbe dovuto essere soggetto a voto ma, a detta di decine e decine di storici e analisti, sarebbe stato adeguato e applicato di fatto dalla borghesia illuminata francese che l’avrebbe trasformato in quello di una tecnocrazia onnipotente mai eletta.
Sinarchia e impasse francese La Francia, travolta dalla riscossa tedesca prima e dalle truppe germaniche poi, vide però il suo prestigio assottigliarsi e le sue élites arrancare. Gli esponenti presunti della Sinarchia si ritrovarono così in massa ad aderire a Vichy ma, cosa ben più rilevante, a differenza degli altri “collaborazionisti” se la cavarono a buon mercato durante la sanguinosissima epurazione che fece seguito alla sconfitta dell’Asse. Tra loro e De Gaulle fu poi una continua contesa. Il ’68, in gran parte a regia americana e trozkista, diretto appunto contro De Gaulle, vide emergere due grandi figure politiche, l’una, sovversiva, era quella di Daniel Cohn-Bendit; l’altra, era quella dell’uomo d’ordine che avrebbe poi sostituito il Presidente silurato, Georges Pompidou. Un elemento saldava tra loro questi due feroci avversari, un legame speciale con la Banca Rothschild.
Una lunga ripresa Nel post-gollismo la ripresa sinarchica andò di pari passo con la lunga marcia di rappacificazione tra Usa e Francia. Sotto Giscard d’Estaing i servizi dell’Ammiraglio Demaranches collaborarono più volte con la Cia, anche nel Caso-Moro e nei depistaggi per la strage di Bologna. Poi all’Eliseo salì François Mitterrand, che probabilmente la Sinarchia l’aveva frequentata già durante la guerra e che non ne fece mai mistero. Nel dettare le sue memorie a un giornalista chiarì che aveva sempre saputo che per governare la Francia bisognava mettere d’accordo ottanta persone e che vi era riuscito ripetutamente. La sua dottrina si può riassumere nel tentativo di dare al mondialismo un’impronta europea con una centralità francese. Il suo rapporto con gli Usa fu di confronto quasi paritetico. Dopo la parentesi di Chirac che si può riassumere come fatta di approssimazioni, fu il turno di Sarkozy – denunciato da esponenti dell’intelligence francese come ex agente del Mossad – che sottomise la Francia agli Usa. Ottenendone in cambio buona moneta, vale a dire i rapporti privilegiati tra la Borsa di Parigi e quella di New York, la partecipazione al posto della Spagna al narcotraffico latino-americano e un ruolo privilegiato in Africa e in Medio Oriente nella nuova ristrutturazione dettata dall’avanzata cinese. Quasi cent’anni dopo Ora è il turno di Hollande all’Eliseo con il governo Valls, fanaticamente anti-bianco, anti-maschio, anti-nazionale e anti-identitario. Il suo cammino è stato bagnato dal sangue delle stragi jihadiste e oscurato dai misteri delle manovre dei servizi e degli apparati. A Parigi si celebra il Cop 21, la grande ammucchiata golpistica sul clima inaugurata con i fiumi di sangue versato venerdì 13, praticamente alla vigilia. Lo si inaugura nel segno delle leggi speciali – perfino i diritti elementari sono sospesi – e della Politica sottomessa all’Autorità non dichiarata, come da verbo sinarchico. Parigi si ripropone oggi come capitale mondialista d’Europa mentre Hollande e Obama si concedono agli obiettivi come eredi sbiaditi di Clemenceau e Wilson all’indomani della Grande Guerra.
Intanto il Cfr ha annunciato che intende spezzare l’unità europea e le possibili intese germano-russe proprio puntando sulla carta francese. E dalla Francia ci giungono i segnali del cambiamento liberticida che si estenderà a tutta Europa, insieme probabilmente alle stragi jihadiste, secondo il format americano delle Twin Towers e di tutto quel che ne è conseguito. Il secolo delle rivoluzioni popolari e delle nazioni, stando a quello che ci comunicano, sarebbe finito. E se non lo abbiamo capito ce lo sapranno spiegare fin troppo bene e non sarà affatto piacevole. Staremo a vedere.
Gabriele Adinolfi

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