La disastrosa politica estera dell’Italia in Libia

Ma per l’ Italia è preferibile un governo nel pieno dei poteri o il vuoto istituzionale? A giudicare dai primi passi in politica estera del governo Gentiloni, sembrerebbe più conveniente un esecutivo vacante: i danni inflitti al Paese sarebbero minori. Tipico è il caso della Libia, dove il “governo-fotocopia” di Matteo Renzi, indissolubilmente legato all’era di Barack Obama ed incapace di adeguarsi ai mutamenti in corso, si ostina ad appoggiare l’effimero governo d’unità nazionale di Faiez Al-Serraj, un fantoccio angloamericano che controlla a stento qualche palazzo di Tripoli. L’insediamento di Trump, isolazionista ed interessato a trovare un modus vivendi con la Russia, spianerà al generale Khalifa Haftar che, sostenuto da Mosca e dal Cairo, si candida a diventare il nuovo dominus della Libia, relegando così ai margini l’Italia.

Che tempismo, ministro Minniti!

Il 2017, come abbiamo recentemente detto, si profila come un “anno di frattura”, durante cui il vecchio ordine mondiale a guida angloamericana sarà definitivamente seppellito: ci riserviamo di trattate l’argomento in un’analisi ad hoc, ma possiamo anticipare che difficilmente l’Italia sarà un protagonista attivo del 2017. Potrebbe esserlo solo incidentalmente, se le condizioni finanziarie peggiorassero a tal punto da portare al collasso l’industria bancaria italiana o le casse dello Stato: diversamente sarà un soggetto passivo, che subirà (ed incasserà) gli avvenimenti esterni.

Sono due i principali motivi del triste destino italiano: uno sostanziale ed uno accidentale. Quello sostanziale è che l’ossatura istituzionale della Repubblica Italiana è un prodotto dell’ordine mondiale oggi in dissoluzione; quello accidentale è che fino al 2018 sarà insediato un esecutivo maturato sotto l’amministrazione di Barack Obama, incapace di adattarsi alle novità apportate da Donald Trump.

Il governo “fotocopia” di Matteo Renzi, da noi etichettato non a caso come la “Salò della Seconda Repubblica, è l’estremo arroccamento di un establishment ormai esausto ed esautorato, destinato a muoversi meccanicamente secondo le vecchie logiche, fino al collasso definitivo.In questa fase sarebbe persino più conveniente per l’Italia un esecutivo vacante, piuttosto che il governo Gentiloni: i danni sarebbero minori, perché si eviterebbe almeno al Paese di andare “controcorrente”, di agire cioè come se il mondo fosse fermo a due o tre anni fa. Emblematico è, a questo proposito, il caso della Libia, dove le prime mosse del premier Gentiloni e del ministro degli Interni, Marco Miniti, (il Ministro degli Esteri, Angelino Alfano, è assente giustificato) hanno fatto rimpiangere un sano vuoto di potere: meglio l’inazione che l’autolesionismo.

All’ex-colonia italiana ed alla scientifica opera di destabilizzazione cui è stata sottoposta, abbiamo dedicato già diversi articoli: si comincia nel 2011 con l’infame cambio di regime condotto da Washington, Londra e Parigi ed avvallato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano; si prosegue con una serie di attentati ed omicidi mirati nel biennio 2012-2013; si fa il salto di qualità nell’estate 2014 con il golpe islamista (dietro cui si nascondono Stati Uniti, Regno Unito, Turchia e Qatar) che costringe il legittimo governo laico-nazionalista a riparare a Tobruk. Tripoli e la Tripolitania sono così trasformati in feudo anglo-islamista, usato dalla NATO per irrorare l’Europa di clandestini grazie alla complicità del governo Renzi e della Marina Militare Italiana: a partire dal 2014 il flusso migratorio esplode, sino alle cifre record del 2016. Nel 2015, si inocula poi l’ISIS, letteralmente traghettato dalle coste turche a quelle libiche su navi che vengono di tanto in tanto bersagliate dall’aviazione di Tobruk.

L’Italia, insieme alla Francia, rimane fedele in un primo momento fedele al legittimo governo laico rifugiatosi in Cirenaica, governo in cui emerge presto la figura del generale Khalifa Haftar: sin dai tempi di Gamal Nasser ed Enrico Mattei, per Roma è più facile tessere legami con i nazionalisti arabi piuttosto che con la Fratellanza Mussulmana, eterodiretta dagli angloamericani. L’apice di questa fase è toccato nel marzo del 2015, quando il premier Renzi, invitato al vertice di Sharm El Sheik dal presidente egiziano Abd Al-Sisi, afferma1:

“La stabilità dell’Egitto è la nostra stabilità, non soltanto per questa area del mondo. Apprezziamo la leadership e la saggezza di al-Sisi, soprattutto per quanto riguarda la Libia. Rinnovo l’impegno dell’Italia a lavorare con lei per portare avanti una soluzione alla crisi siriana e alla crisi libica”.

L’Italia, estromessa dalla Libia col cambio di regime del 2011, progetta quindi di rientrarci tramite l’Egitto di Al-Sisi, ostile alla Fratellanza e grande sponsor del generale libico Khalifa Haftar. Chiunque conosca un po’ i meccanismi della Repubblica Italiana, sa che la regia di questa politica estera non è da collocarsi a Palazzo Chigi (il premier Renzi, si sa, è “cazzaro” per definizione) ma negli uffici dell’ENI. I progetti di Washington e Londra sono però altri: inoculazione dell’ISIS in Libia così da portare il Paese al collasso e parallela destabilizzazione dell’Egitto, trasformando la penisola del Sinai in un avamposto del terrorismo islamico. Urge quindi richiamare all’ordine la colonia italiana e separarla dal binomio Al-Sisi-Haftar.

Nei primi mesi del 2016 va quindi in onda il dramma di Giulio Regeni, che culmina con il richiamo dell’ambasciatore italiano al Cairo: è la classica operazione sporca gestita dai servizi segreti inglesi. Quasi simultaneamente esce nelle librerie il libro “Lo Stato Parallello” di Andrea Greco e Giuseppe Oddo, due firme del Gruppo l’Espresso che, insieme ad Amnesty International, gioca un ruolo chiave nel campagna per minare i rapporti italo-egiziani: i due giornalisti insinuano che anche il premier Renzi sia rimasto avvinghiato nella pericolosa rete dell’ENI, un vero e proprio “Stato nello Stato”, fuori da qualsiasi controllo (il Parlamento, invece, è manovrato a piacimento dagli angloamericani). Il duplice colpo serve così a riplasmare la politica estera italiana in Libia secondo l’agenda di Washington e Londra.

Al vertice marocchino di Skhirat del 18 dicembre 2015, gli Stati Uniti d’America hanno dato vita al “governo d’unità nazionale” di Faiez al-Serraj, una figura di secondo piano, senza alcun seguito politico o militare in Libia: scopo dell’operazione è innestare sul feudo islamista di Tripoli un esecutivo presentabile, che delegittimi l’unico governo sino a quel momento legittimo, quello esiliato a Tobruk, e favorisca lo smembramento della Libia in due o più entità (Tripolitania, Cirenaica, Fezzani): i nazionalisti-laici di Tobruk, infatti, non hanno alcuna intenzione di sciogliersi nel “governo d’unità nazionale”, privo di qualsiasi autorevolezza (qualcuno ricorderà l’arrivo di Faiez Al-Serraj “via mare”, dato il rifiuto dei miliziani locali2 a concedergli l’aeroporto di Tripoli) e, soprattutto, in completa balia degli islamisti: il “premier” islamista, Khali Ghwell, non ha infatti alcuna intenzione di lasciare la capitale conquistata manu militari nel 2014.

Il governo Renzi quindi, volente o nolente, è costretto a staccarsi da Khalifa Haftar e dell’Egitto per abbracciare la causa (disperata) del presidente Faiez Al-Serraj: il nuovo corso italiano culmina con la decisione di dispiegare 200 paracadutisti della Folgore a Misurata3, un’enclave in mano agli inglesi ed alla Fratellanza Mussulmana.

Si è detto come il generale Khalifa Haftar fosse inizialmente sostenuto da Italia e Francia: Parigi, ovviamente, è molto più coriacea nel difendere i suoi interessi e, alleata del’Egitto, porta avanti la strategia di sostenere il governo nazionalista-laico di Tobruk. Ricondurre la Francia all’ovile richiede un maggiore sforzo: si comincia nel maggio 2016 coll’abbattimento del volo Egyptair sulla tratta Parigi-il Cairo (le autorità egiziane hanno recentemente confermato la presenza di tracce d’esplosivo sui corpi dei passeggeri4) e si termina nel mese di luglio con l’abbattimento di elicottero francese grazie ad un missile terra-aria, schianto in cui muoiono tre membri dei servizi segreti francesi5. Anche l’Eliseo capisce l’antifona ed ai primi di agosto ritira il suo sostegno al generale Haftar: “France withdraws its Haftar-supporting troops Benghazi”.6

Al governo di Tobruk non rimane quindi che rivolgersi all’unica potenza interessata a sradicare l’insurrezione islamista patrocinata dagli angloamericani e a fermare il processo di balcanizzazione del Medio Oriente: la Russia. Non vogliamo vantarci, ma già nell’autunno del 2014, quando molti analisti e commentatori definivano ancora Khalifa Haftar come un “uomo della CIA”, avevamo previsto che le dinamiche in atto avrebbero inevitabilmente spinto, presto o tardi, il governo di Tobruk nella braccia del Cremlino: il processo è stato graduale e solo nel dicembre scorso il generale Haftar ha ricevuto “l’investitura ufficiale” di alleato del Cremlino, con una serie di incontri con i vertici del governo russo. Dopo l’esperienza siriana, ci sono pochi dubbi su come si concretizzerebbe la cooperazione russo-libica: sostegno militare e forse aereo, così da debellare le forze islamiste e riunificare il Paese.

Ora, allarghiamo lo sguardo al contesto internazionale dove, tra pochi giorni, si consumerà il passaggio dalla vecchia alla nuova amministrazione americana. Se le presidenziali dello scorso novembre fossero state vinte da Hillary Clinton, regista del 2011 della destabilizzazione della Libia e grande sponsor della Fratellanza Mussulmana, le speranze di vita del “governo d’unità nazionale” di Faiez Al-Serraj e dei vari gruppi islamisti si sarebbero allungate, anche solo per contenere l’esuberanza di Khalifa Haftar e dei suoi alleati russi: i raid su Sirte della scorsa estate, formalmente contro “l’ISIS”, ebbero infatti il principale scopo di bloccare l’avanzata verso ovest del governo di Tobruk.

Le elezioni, però, sono state vinte dal “populista” Donald Trump, che è allergico alla Fratellanza mussulmana sponsorizzata dal clan Clinton-Obama, ha più volte espresso le simpatie per il presidente egiziano Al-Sisi, è indifferente alle sorti della Libia in quanto isolazionista ed è interessato a buoni rapporti con la Russia: date queste premesse, il premier Faiez Al-Serraj ed il suo effimero governo sono semplicemente spacciati. Dalla sua parte è ancora schierato il Regno Unito che, separato dagli Stati Uniti, è però soltanto una media potenza in decadenza.

Torniamo così all’Italia ed alla disastrosa politica estera del governo Gentiloni.

Qualsiasi esecutivo, dotato di un minimo senso di realpolitik, si sarebbe mosso con i piedi di piombo nel mutato contesto internazionale. L’amministrazione Obama è agli sgoccioli; le quotazioni del generali Khalifa Haftar sono in ascesa da mesi; il “governo d’unita nazionale” è un castello di carte che rischia di cadere al primo colpo d’aria: già lo scorso ottobre, quando l’ex-premier islamista Khali Ghwell si cimentò in un primo “golpe”, è emerso come Faiez Al-Serraj controlli solo qualche edificio di Tripoli e che le milizie siano libere di fare il bello ed il cattivo tempo nella capitale. Insistere nell’appoggio al ridicolo “governo d’unità nazionale”, solo per ingraziarsi l’amministrazione Obama ormai al capolinea, sarebbe stato non solo ridicolo, ma addirittura controproducente per gli interessi italiani.

Il premier Paolo Gentiloni ed il Ministro degli Interni Marco Minniti, due prodotti dell’establishment atlantico uscito clamorosamente sconfitto alle elezioni americane dell’8 novembre, hanno invece la brillante idea di muoversi come se nulla fosse cambiato, col risultato di aumentare esponenzialmente i danni alla già traballante posizione dell’Italia nel Mediterraneo. Gli esiti dell’azione del duo Gentiloni-Minniti sono così catastrofici che, ex-post, c’è da chiedersi se un un sano vuoto di potere a Roma non fosse e non sia preferibile.

Il 9 gennaio il Ministro degli Interni, Marco Minniti, il discepolo di Cossiga che da anni sguazza nella melma dei servizi angloamericani, vola a Tripoli per incontrare il premier Faiez Al-Serraj, ribadendo così l’appoggio italiano al suo ridicolo “governo d’unità nazionale”. Non pago, Minniti avvalla in contemporanea la riapertura del’ambasciata italiana a Tripoli, chiusa dal 2015: “Libia, riapre l’ambasciata italiana a Tripoli” scrive la Repubblica, che etichetta la mossa di Minitti come “una scommessa rischiosa”7.

Il termine più adatto non è però “rischiosa”, ma semplicemente “idiota”: il governo Gentiloni, del tutto incapace di comprendere i mutamenti internazionali in atto, aumenta le puntante in Libia e lo fa scommettendo tutto il capitale politico italiano sulla fazione politicamente più debole, coll’effetto collaterale, tutt’altro che secondario, di alienarsi le simpatie del governo di Tobruk e di Khalifa Haftar, sempre più forti dopo il sostegno russo e la vittoria di Donald Trump.

Già nell’intervista del 2 gennaio al Corriere della Sera, intervista dall’emblematico titolo “L’Italia in Libia si è schierata dalla parte sbagliata”8, il generale Haftar aveva messo in guardia il governo italiano dall’avventurarsi in azzardate imprese che ne compromettessero la posizione:

“Purtroppo sino a ora il governo di Roma ha scelto di aiutare soltanto l’altra parte della Libia. Avete mandato 250 uomini tra soldati e personale medico per gestire l’ospedale di Misurata. A noi nulla. (…) Non abbiamo apprezzato il discorso di fine d’anno del vostro capo di Stato maggiore in visita a Misurata (….) Consiglierei ai Paesi stranieri e al vostro di non interferire nei nostri affari interni. Lasciate che siano i libici a occuparsi della Libia”.

Se Gentiloni e Minniti avessero ascoltato quelle parole, avrebbero evitato di trascinare l’Italia in drammatico pantano diplomatico e politico, compromettendone ulteriormente la già debole posizione in Libia: a distanza di una decina di giorni, il 12 gennaio, si ha infatti l’ennesima prova che il cavallo su cui Roma ha deciso di puntare è zoppo, mentre quelle concorrente, non solo acquista sempre più slancio, ma diventa, man mano che si rafforza, sempre più ostile alle ingerenze italiane a sostegno della parte avversaria.

Il 12 gennaio, l’ex-premier islamista Khali Ghwell si lancia infatti in un secondo golpe a Tripoli, dopo quello di ottobre: stabilire se sia un successo o meno è superfluo, perché un colpo di Stato presuppone un ordine da sovvertire che nella capitale libica semplicemente non c’è. Gli islamisti occupano tre edifici governativi vuoti e non funzionanti, specchio di un “governo d’unità nazionale” che esiste solo sulla carta e di un effimero premier, Faiez Al-Serraj, che controlla a malapena qualche palazzo.

Quasi in simultaneamente esce la notizia che il giorno prima, l’11 gennaio, il generale Khalifa Haftar è stato ricevuto sulla portaerei russa Ammiraglio Kuznetsov di ritorno dalla spedizione militare in Siria9, dove, accompagnato dai capi dell’aviazione e dell’esercito di Tobruk, si è collegato in video-conferenza con il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu. L’episodio ha una forte valenza politica ed evidenzia come Mosca stia sondando il terreno per avviare anche in Libia un’operazione bellica simile a quella intrapresa a sostegno di Bashar Assad, operazione con cui il Cremlino aggiungerebbe anche l’ex-colonia italiana al paniere degli Stati arabi filorussi.

Non solo. Il governo di Tobruk, forte dell’appoggio della Russia, dell’Egitto, delle maggiori tribù libiche e del controllo dei principali campi petroliferi, è sempre più insofferente delle ingerenze italiane a sostegno del governo di Faiez Al-Serraj: il 13 gennaio, l’esecutivo nazionalista-laico emette infatti una nota ufficiale per protestare contro la riapertura dell’ambasciata italiana a Tripoli ed il sostegno militare alle milizie islamiste di Misurata. “Libia: Tobruk contro ambasciata italiana, è occupazione. Roma, crea tensione” scrive l’Ansa.

Nelle prossime settimane o, forse addirittura nei prossimi giorni, è probabile che il generale Khalifa Haftar, contando sull’appoggio militare di Mosca e sul disinteresse dell’amministrazione Trump per il Paese africano, lanci un’operazione per riunificare la Libia e ristabilire un ordine economico e sociale.

Grazie a Paolo Gentiloni e Marco Minniti, l’Italia è incredibilmente posizionata a fianco delle fazioni più deboli e compromesse, il ridicolo “governo d’unità nazionale” e le milizie islamiste foraggiate dagli angloamericani, entrambi destinati ad essere spazzati via dall’Esercito Nazionale Libico di Khalifa Haftar: l’esito è potenzialmente catastrofico per gli interessi italiani in Libia ed in Nord Africa.

Avere un buon governo è pressoché impossibile nell’Italia del 2017. Non averne nessuno è invece possibile e, considerata la disastrosa politica estera dei governi Renzi e Gentiloni, è forse anche auspicabile.

Federico Dezzani