A proposito dei “nuovi Cesari”

L’editoriale de l’Espresso di questa settimana è dedicato alla suggestione dei “nuovi Cesari ” come li definisce Tommaso Cerno, e all’esortazione a resistere loro, ovvero a Trump, Putin, Erdogan e ai loro emuli.
La cosa triste è che le accuse che i due campi muovono l’uno all’altro sono giustissime. I “populisti” o i qualunquisti, non hanno difficoltà nel mettere sulla griglia una serie di presuntuosi incapaci che difendono un bilancio sociale, economico, esistenziale, fallimentare. Né hanno torto gli altri quando, come Cerno, sottolineano che “il populismo fa e disfa a parole, ma è impreparato a governare. Odora di reazione, guarda indietro”. Spesso, aggiungo io, è grottesco, presuntuoso e ignorante. Il problema però sta tutto qui: nella pretesa contrapposizione tra una tradizione di democrazia illuminata e tollerante da una parte e una risposta selvatica e rozza dall’altra. Come se si dovesse scegliere per forza tra due fetenzie.
Ed è proprio nell’aver accettato con disinvoltura questo scontro dialettico che risiedono le pesanti responsabilità di cui quasi tutti i leader populisti dovranno rispondere di fronte alla storia se falliranno, come sembra inevitabile se non correggono la rotta.

Una logica in avvitamento
Quale che sia ciò che si pensa in merito ai singoli argomenti, è atroce liquidare i problemi come se fossero frutto di una semplice espressione formale e funzionale (Bruxelles) o di un cattivo senza unghie né denti (la Germania) o della perduta sovranità monetaria (quando per trentuno anni dal 1945 al 1981 l’avemmo piena e poi, per altri ventuno, lo fu ancora nella forma valutaria ma, in tutti i casi non vide alcuna sovranità da parte nostra). L’aver fatto di slogan tipo Exit o fuori dall’Euro un programma non solo politico ma ormai mistico, fanatico, oltre a risultare poco pagante perché frena un elettorato che pur voterebbe le tesi anti-migratorie, ha comportato effetti perversi.
Secondo la famosa logica per la quale “il nemico del mio nemico è mio amico” ed avendo scelto un nemico minor, va da sé che chiunque lo combatta, fosse anche un nemico maior, viene percepito per amico. Da cui il rosario di follie seriali: dal sostegno ai partigiani contro Renzi, fino all’anglofilia e al tifo per la Casa Bianca.
Come se non si potesse combattere in Europa per l’Europa nel momento in cui ci si rifiuta di allinearsi ai suoi nemici geopolitici dichiarati, si finisce col trasformarsi in loro tifosi e quinte colonne.

Putin, Trump, Erdogan
Cerno mette insieme Putin, Trump ed Erdogan. Ha ragione e torto al tempo stesso, perché, seppure rientrano tutti nelle logiche di Yalta, o, se preferite, nell’unità e scissione dell’imperialismo,
i tre hanno prospettive diverse anche se oggettivamente, oggi come oggi, sono contrari ai nostri interessi e alle nostre affermazioni perché hanno scelto di essere nostri contendenti. Non contendenti della Merkel o di Hollande, ma nostri come europei, uniti o divisi che si sia. Sono i nostri spazi vitali che vengono minacciati, anche se soprattutto per colpa nostra, ma sono gli spazi vitali che dobbiamo difendere, non liquidare.
Corretta la definizione su Putin che si fa “l’eco della falsa potenza che finge di rialzarsi, tira a lucido i monumenti, ma al tempo stesso serra le manette ai polsi di chi dice no e tiene il popolo in miseria”. Possiamo dedurne che le scelte del Cremlino sono dettate da una situazione di cui non riesce a venire accapo ma che resta ancora possibile un’intesa strategica tra la Russia e l’Europa perché ha un senso, e chiunque ne sia convinto non fa bene a nessuno stabilendo che le colpe sono da una parte sola, qualsiasi essa sia: equivale a non voler smuovere le acque.
Un senso non c’è più con Erdogan che sta varando “un sultanato in versione millenials”.

Cervello
Sarebbe il caso che si comprendesse che le spinte popolari contro le invasioni migranti, contro le teorie del gender e contro i privilegi di casta non possono essere tradite facendone un grimaldello dei nostri rivali, dei nostri competitors, ma dobbiamo farne una leva per sollevare tutto, per assicurare i nostri comuni destini in un’Europa nuova e vincente. Fascisticamente bisogna rivoluzionare il vecchio mondo che cade in rovina e non si deve essere invece i sabotatori stalinisti della propria patria.
Va spezzata la dittatura dialettica che imperversa mentre la psicologia reazionaria che si sprigiona nella società va trasbordata in una prospettiva rivoluzionaria. Insistere nei battibecchi tra euroimbecilli e imbecilliantieuro non va assolutamente. Da qualunque parte finisca col pendere la bilancia il risultato sarà sempre e soltanto l’imbecillità.

Gabriele Adinolfi