DESTRA ITALIANA E ATLANTISMO: UN MATRIMONIO AL CAPOLINEA

Atlantismo: possiamo ancora considerare gli Stati Uniti d’America come un Paese amico? A porsi questo quesito nell’ambito della destra politica, fino a soli due anni fa, si correva seriamente il rischio di essere tacciati di eresia. Eppure, sulla scorta di quanto avvenuto in questi ultimi 48 mesi anche i più liberali e ortodossi hanno cominciato a farsi delle domande.

Tante cose sono accadute, nel nostro Paese e più in generale in tutto l’occidente, negli ultimi due anni. Sulla nostra pelle abbiamo pagato a caro prezzo l’onda lunga della crisi economica partita proprio dagli Stati Uniti nel 2008 come causa della bolla finanziaria generata dai mutui cosiddetti subprime. Una crisi che ormai è definitivamente equiparabile, per la gravità della situazione, a quella avvenuta nel lontano 1929 e che è stata generata, guarda caso, anche dall’allentamento di quelle normative sui mercati finanziari introdotte proprio per far fronte alla grande depressione degli anni Trenta del secolo scorso, come ad esempio il Glass Steagall Act.

Proprio per tutelare le banche europee dal contagio, sono stati varati i progetti dell’Unione europea noti come Meccanismo europeo di stabilità o Mes e il Fiscal compact, che hanno sancito una drastica riduzione della sovranità nazionale per gli Stati europei con conseguenti paletti sulle politiche economiche, già strangolate dai parametri di Maastricht.

Il risultato nel nostro Paese è stato l’avvento del Governo dell’austerity di Mario Monti, che in pochi mesi, attuando politiche pro cicliche rispetto alla depressione dell’economia, ha sancito l’inizio di una spirale negativa senza precedenti in Italia dall’inizio del ‘900. Il tutto semplicemente per una visione ideologica in senso liberista dell’economia e dello Stato che è tipica del mondo anglosassone ma che è altresì contraria alla lezione storica rappresentata proprio dalla via scelta per uscire dall’impasse della crisi del ’29, ossia un incremento della spesa pubblica.

Con il passare dei mesi abbiamo poi scoperto che proprio il Governo Monti, come l’attuale Governo Letta, ha goduto di estrema fiducia da parte degli Stati Uniti oltre che dei vertici Ue, fiducia di cui invece non godeva il precedente Governo Berlusconi, almeno stando a quanto affermato la scorsa primavera dal giornalista e politico Paolo Guzzanti dalle pagine de Il Giornale, perché considerato troppo vicino alla Russia di Vladimir Putin e perché intenzionato ad abbandonare l’Euro nell’estate del 2011.

Nel mezzo della crisi economica, sono poi emerse le rivelazioni scottanti di Edward Snowden sulla impressionante rete di spionaggio della Nsa, la National security agency americana, che nell’ultimo decennio ha controllato senza alcun pudore i più basilari strumenti di comunicazione quotidiana dei cittadini italiani ed europei.

Come ulteriore ciliegina sulla torta è poi arrivato il caso siriano, in cui gli Stati Uniti sono stati costretti ad un’imbarazzante marcia indietro sull’intervento militare contro Assad proprio da Putin e dai video che mostravano le atrocità disumane compiute dai ribelli da loro appoggiati.

Così accade che in un’Europa sempre più colpita dalla crisi ma anche per questo sempre più portata a riscoprire valori tradizionali che esulano dal contesto materialista e mondialista generato globalmente dal boom economico post Seconda guerra mondiale e diffuso prevalentemente dalla cultura americana, si sia avviato un processo di revisione critica dello storico sodalizio.

Prova ne è la crescita dei movimenti di destra sovranista e tradizionalista nel panorama continentale: Front National in Francia, la Lega Nord salviniana, Fpo in Austria ma anche il più moderato Fidesz del premier Viktor Orban in Ungheria. A questi si aggiungono poi le fazioni meno connotate ma più “urlate” e di piazza, come il nostro Movimento dei Forconi. Una destra questa che si presenta come ben differente rispetto a quella più liberale e liberista cui ci aveva abituato l’ultimo ventennio e che dimostra la crescente insofferenza delle popolazioni verso un sistema, il turbocapitalismo di matrice anglosassone, che tende sempre più a spostare la ricchezza verso il vertice della piramide sociale. Ma anche un sistema che, proprio a causa della precedentemente decantata “deregulation” soffre di evidenti falle che generano periodicamente bolle speculative di ogni natura.

Senza proclami, ma in maniera piuttosto evidente, questo gruppo di movimenti guarda con una certa simpatia a chi invece sta dall’altro lato della barricata mondiale, cioè il blocco eurasiatico dominato dal presidente russo Vladimir Putin. Lo “zar” pare ormai aver definitivamente abbandonato la politica di dialogo nei confronti del blocco Nato, Stati Uniti e Ue e pare invece viaggiare a vele spiegate verso la preannunciata Unione economica eurasiatica. Prova ne sono i missili schierati al confine con l’Ucraina ma anche la strategia di rigore relativamente al rispetto delle tradizioni nazionali e popolari opposta a quella del “politically correct” che invece impera nelle nazioni dell’orbita atlantica.

Il rischio di una nuova guerra fredda, stando così le cose, non è più qualcosa di improbabile, a meno del concretizzarsi di un mondo multipolare. La scelta a quel punto, non solo per gli Stati d’Europa, ma anche per le forze politiche al loro interno e in particolar modo per la destra italiana, sarà obbligatoriamente su un posizionamento chiaro rispetto ai due schieramenti, come già avvenne nella Prima Repubblica. Con la differenza che stavolta Washington non sarà la scelta obbligata.

di Cristiano Puglisi

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