Alle persone piacerebbe vivere sotto una dittatura: lo conferma un sondaggio

Spesso i numeri possono aiutare a meglio visualizzare certi fenomeni. Da una ricerca condotta dal Pew Research Center in 38 paesi di tutto il mondo, emerge che il 26% delle persone considera valido un accentramento di potere in un solo leader.
Il 24% auspicano che il loro paese passi sotto il controllo di un governo militare.
Non sono ovviamente la maggioranza, e anzi un buon 78% considera la democrazia come la forma di governo più adatta, ma colpisce che almeno un quarto degli intervistati sia non solo insoddisfatto del governo democratico, ma che anzi ne preferirebbe uno di tipo autoritario.

I motivi di tale disillusione nei confronti della democrazia rappresentativa sono molteplici e vengono subito alla mente a tutti noi: la minaccia dei terrorismi e la conseguente svolta verso aree più autoritarie della politica, la crisi economica e le ondate di immigrazione mal gestite dal governo, che sembra essere avvolto da un totale stagnamento e che viene sentito lontano dai cittadini.
In Italia infatti è solo l’8,1% della popolazione ad interessarsi e partecipare attivamente alla politica, come testimoniato anche dal costante calo di afflusso alle urne da parte degli aventi diritto di voto.

La mancanza di fiducia nel governo attuale spinge quindi verso due direzioni, verso due miraggi opposti: da un lato vi sono coloro che chiedono un maggiore coinvolgimento della base, e quindi forme di democrazia diretta (ben il 66%), come spesso proposto anche dal MoVimento Cinque Stelle. Teoricamente, mediante l’uso delle nuove tecnologie, si dovrebbe quindi garantire alla stragrande maggioranza dei cittadini una attività diretta nella gestione della cosa pubblica.

Dall’altro vi è, appunto, una sorta di nostalgia e desiderio verso forme autoritarie di governo. Si nota sempre più spesso, sul web e social network soprattutto, una crescente ammirazione verso il modello russo: la figura del Presidente Putin sembra corrispondere più a certi ideali popolari di leader tutto d’un pezzo e virile, di uomo algido e dal pugno di ferro che pare avere tutto sotto controllo, in un culto della personalità che è stato affermato ricordi quello che operò Stalin in Unione Sovietica.

L’immobilismo attuale fa poi desiderare quel pragmatismo tipico della classe militare, che nell’immaginario comune corrisponde a decisioni ferme e ferree, attuate con decisione ed efficienza. Molti però tendono a dimenticare che, ad esempio, la Corea del Nord è una dittatura militare, guidata da Kim Jong-un, il cui nome è diventato tristemente comune alle nostre orecchie così come i suoi test missilistici.

Al contempo in Italia, sempre su internet, assistiamo a un crescente ammiccare al fenomeno del fascismo, come se la memoria della seconda guerra mondiale fosse stata totalmente spazzata via.
Il motivo di tale ritorno potrebbe essere un’associazione del fascismo con un presunto passato di prestigio e gloria, il desiderio di una facciata di rigore e di autorità. Potrebbe essere il bisogno di affrontare le difficoltà di questo presente così poliedrico e confuso sotto una guida che decida in anticipo ogni singolo passo, ogni singolo pensiero, senza il bisogno di riflettere procedendo su una strada già tracciata per noi da qualcun altro. A sinistra la situazione non è migliore, con molti esponenti che criticano i risultati elettorali sfavorevoli: Brexit, Trump e Referendum per l’autonomia del Veneto e Lombardia ne sono tristi esempi. 

I numeri aiutano a capire che, per quanto piccola, questa sia una sconfitta innegabile della democrazia. I cittadini stanno volgendo il loro sguardo verso altri lidi che ritengono migliori, forse più sicuri, scendendo a compromessi con la loro libertà. E sono spesso gli stessi cittadini che optano per il disinteresse e l’inerzia a far cadere nelle braccia di autoritarismi, sono quegli stessi che non esercitano quel combattuto diritto al voto, che vanno alle urne disinformati, agendo di pancia e d’istinto.

“La tirannia di un principe […] per dirla con Montesquieunon è pericolosa per il bene pubblico quanto l’apatia del cittadino in una democrazia”.

Gaia Celebrin

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