La crisi del socialismo e quella nostalgia ideologica

Claudio Martelli, noto esponente del Partito Socialista italiano di Craxi, commentava così il referendum del 4 dicembre:”Da anni nelle democrazie europee e americane fermentano rivolte contro le élite dirigenti e spirano venti di destra né tutti populisti né tutti conservatori, ma tutti ostili e in rivolta contro i partiti di sinistra, ai quali erodono consensi tra le classi medie e cui sottraggono tradizionali basi popolari e roccaforti operaie“.

Un dissenso che nasce dalla sensazione di essere stati traditi, come ricorda lo stesso Martelli, critico di una sinistra a cui oggi basta “essere contro Renzi”. Sono lontani, dunque, i tempi che contemplavano al centro dell’ideologia di sinistra l’operaio dipendente e dirigente della realtà in cui lavora, protagonista di quella dittatura del proletariato che doveva nascere come conseguenza dell’abbattimento dello Stato borghese.

La crisi del socialismo affonda le radici negli anni ’80, con la frattura del mondo industriale e l’affermazione di una moderna società liquida. Ciò ha comportato una rottura con i sindacati e con la base della militanza politica rappresentata da operai e contadini. Questi ultimi si sono progressivamente accorti di non essere rappresentati da lavoratori con i loro stessi problemi, bensì dall’alta borghesia.

Cresceva man mano il bisogno di sentirsi parte di qualcosa (un popolo o una nazione), in una realtà che non si fondava più sul lavoro. Con l’affermazione della globalizzazione, le decisioni venivano prese sempre più a livello sovranazionale, facendo sentire il popolo abbandonato. Tale malcontento spingeva lentamente gli elettori tra le fila dei partiti di destra, intenti a riportare l’attenzione sui cittadini e sui loro problemi.

Nel corso della Prima Repubblica, la sinistra all’opposizione era riuscita a riunire tutti i movimenti più piccoli, escludendo solo socialisti, Democrazia Proletaria e il PSIUP. Oggi, invece, la Sinistra risulta quanto mai frazionata e a farne le spese è l’elettore bersagliato, non più destinatario politico. Rispetto a qualche tempo fa, la situazione si è capovolta: in vista delle prossime elezioni politiche, infatti, è la destra a risultare “unita” sotto l’egida per niente moderata dell’anti-immigrazione.

L’attuale sinistra presenta tutte le caratteristiche delineate da Pippa Norris nell’epoca post-moderna della comunicazione politica: morte delle grandi ideologie,  affermazione di singole narrazioni, fine dei partiti di massa, frammentazione dei pubblici, segmentazione dei messaggi e moltiplicazione degli attori. Oggi la sinistra è teoricamente nostalgica della tradizione che l’ha distinta nel secolo scorso, ma è praticamente affannata a dimostrare di essere quel Market-Oriented Party in grado di intercettare e soddisfare le richieste degli elettori, finendo per dividersi ulteriormente e disorientare i cittadini.

Il politologo Giorgio Galli sostiene che l’errore della sinistra italiana è quello di essere timida nel tornare al socialismo delle origini, così come ha rischiato Jeremy Corbyn in Gran Bretagna, portavoce di un interesse “per i molti, non per i pochi”. L’intuizione di Corbyn è stata proprio quella di sbarrare la possibilità della “terza via” di Tony Blair, rifiutando di adattare e moderare il proprio credo spostandosi al centro per conquistare voti. La terza via di Blair aveva permesso ai partiti di sinistra di ottenere successi elettorali in molti Paesi europei, a costo di un vile compromesso: una volta al governo, infatti, lo stesso Blair ruppe con i sindacati e ridusse le tutele sul lavoro.

Un simile “tradimento” in Italia fu perpetrato da Massimo D’Alema nel 1997, il quale introdusse la terza via, togliendo falce e martello dal simbolo del partito, allargandolo al centro e accettando meno tutele per i lavoratori. Il paradosso europeo ha mostrato che proprio i partiti di sinistra hanno introdotto tagli al Welfare e meno tutele per i lavoratori, mentre i partiti più radicali, una volta al governo, hanno dovuto fare i conti con l’impossibilità di realizzare i propri programmi, marcando una differenza evidente tra promesse elettorali e governo.

Massimo Cacciari dice che a sinistra del PD non c’è niente, che la sinistra è sempre stata divisa, ma stavolta lo è ancora di più. I partiti non sono più il perno, perché a contare sono sempre più i leader e, fin quando dureranno i leader, dureranno anche i voti per i leader. Accade quindi che la destra conduce una campagna elettorale sui temi della sinistra e la sinistra cerca di tradurre in “moderatese”  quello che certa destra urla in modo forsennato.

Una sinistra senza popolo, vecchia e nostalgica di una rivoluzione pallida, colpevole di non aver ancora compreso i mutamenti sociali che hanno interessato l’elettorato. Perciò da trent’anni si assiste ad un progressivo scivolamento dei voti operai verso i partiti di destra e quelli populisti. Sempre secondo Galli, la crisi della sinistra deriverebbe dall’aver abbandonato il marxismo, avendolo erroneamente sepolto con il crollo dell’URSS.

L’attuale sinistra è una scatola cinese che decide di scindersi perché discorde su singole issues, una flotta senza rotta tormentata dall’ossessione del fascismo. E se il popolo ha fame, che mangi odio e rancore.

di Antonella Gioia