L’eclissi della democrazia: l’astensionismo in Italia

 “La Rivoluzione si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa dentro la cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, più pericolosa di una lupara e più affilata di un coltello.”

Con queste parole, Paolo Borsellino voleva ricordare quanto è forte il potere di un voto e quanto il suo esercizio, ancor più di un diritto, sia un dovere di ogni singolo cittadino. Le Democrazie vivono di votazioni, il voto è la massima espressione della Democrazia. Ma allora perché in Italia (e non solo), l’astensionismo è in crescita?

Fino al 1993 in Italia votare era obbligatorio; chi non si recava alle urne veniva sanzionato ai sensi del D.P.R. n.361 del 30 marzo 1957. Nonostante sia stato poi abolito, sembra opportuno richiamare la disposizione dell’art 4: ”L’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese.” e dell’art. 115: “L’elettore che non abbia esercitato il diritto di voto, deve darne giustificazione al sindaco (….). L’elenco di coloro che si astengono dal voto (…)senza giustificato motivo è esposto per la durata di un mese nell’albo comunale (…). Per il periodo di cinque anni la menzione ‘non ha votato’ è iscritta nei certificati di buona condotta (…)”. Erano sì provvedimenti simbolici, ma che certamente sottolineavano la portata del dovere civico di recarsi alle urne.

A fronte dell’evidente calo del numero di votanti, che sia forse arrivato il momento di reintrodurre una sorta di obbligo a votare, con relative sanzioni per chi vi si sottrae?

La risposta è sicuramente no. A tutt’oggi vi sono una trentina di Paesi in cui ancora sussiste tale obbligo, comprese due democrazie occidentali: il Belgio e l’Australia. Uno strumento che non sembra funzionare, dal momento che anche qui sono in aumento i cittadini che decidono di astenersi. tabella aumento astensionismo nel mondo

Se la colpa dell’astensionismo, quindi, non parrebbe trovarsi nella mancanza di una norma che sanzioni il mancato esercizio di voto, le ragioni, almeno per quanto riguarda il contesto italiano, potrebbero essere di matrice storica.

Nella Penisola il calo dei numeri è coinciso con lo scandalo Tangentopoli e l’inizio della seconda repubblica. Se fino ai primi anni 90, difatti, il tasso di partecipazione era di poco sotto il 90% (nel 1992 votò l’87,35%), nel 1996 si è scesi all’82,80%, fino ad arrivare alle elezioni politiche del 2013 quando andò alle urne solo il 75,20% degli elettori, un dato preoccupante che rappresenta i minimi storici nazionali. Stando alle percentuali riportate, dunque, è in concomitanza di Mani Pulite che inizia a dilagare sempre più l’astensione dal voto, ossia quando ha cominciato a delinearsi una sfiducia generale nei confronti delle istituzioni democratiche, accompagnata dalla fine dei partiti tradizionali e delle grandi ideologie e ideali che rappresentavano. La fine della eterna contrapposizione tra Destra e Sinistra in favore delle terze vie, di un amalgama unico capace unicamente di rappresentare sé stesso, con la conseguenza che la vittoria di un partito o dell’altro viene vista da allora come di scarso impatto sulla vita dei cittadini.

Riprendendo le parole del giornalista e scrittore Paolo Gambi: “Senza un ideale forte, tutto si appiattisce sulla gestione del potere, che senz’anima diventa grigia.” E’ qui che si ritrova, in buona parte, la vera colpa della crescita dell’astensionismo, del fenomeno del non-voto: la mancanza di identità dei partiti, di un ideale politico in cui l’elettorato possa riconoscersi, la mancanza di quell’idealismo che invece è incarnato nella storia d’Italia, dall’Unità al ventennio fascista, passando per la Resistenza, la fase costituente e gli anni di piombo. La cronaca di questa Nazione è profondamente segnata dall’idealismo come causa scatenante la quasi totalità dei fenomeni politici.

In ultima analisi, l’equazione rimane sempre la stessa: quando i cittadini si allontanano dalla politica, la politica non tende più all’ideale diventando mera gestione del potere, i potentati economici ringraziano e lo Stato muore.

Perché anche se non ci occupiamo di politica, la Politica si occupa di noi.

Davide Grisi