GRUFOLANDO: QUEI GIORNALISTI CHE SI LANCIANO IN POLITICA

Dalle Corti al Parlamento, per scoprire che la cultura italiana è cambiata del tutto per non cambiare affatto. Capolavori artistici, patrimonio culturale di sale affreschi, stampe, dipinti, libri e interi quaderni di riflessioni, commissionate dai potentissimi italiani, a partire dal ‘300 sono il pane quotidiano degli studenti che, a dirla tutta, senza committenti politici, in Italia, avrebbero ben poco da studiare: dalla musica alla letteratura, dall’architettura alla storia dell’arte, l’Italia dal Medioevo ad oggi ha avuto fortuna grazie e specialmente al “pastone” dei potenti.

E come la mettiamo se il pane quotidiano dell’arte moderna dovesse fare i conti con un linguaggio diverso? Interessa meno, al politico, oggi, avere il restauro della propria cappella o la statua nella piazza, una comunicazione in oggetti che resta di tradizione attestata in poteri accentranti, con principi, duchi, signori, conti o dittatori, ai quali l’immagine associa anche un’idea che si possa vedere e toccare con mano.

La nuova strategia dell’immagine della politica, passa dal pennello alla penna, dallo scalpello al pc, e si trasforma in libri, giornali, pubblicazioni, che sono lo spazio dovuto per poter dire qualcosa di importante, ma anche per essere presenti e per avere alle spalle qualcuno che curi lo sviluppo della storia del percorso politico dei leader, senza lasciare nulla al caso, o quasi.

Quindi il politico usa uno staff di comunicazione, cosa certa e attestata, ma quando succede il contrario? Il caso dell’Italia, a livello europeo, fa riflettere: tra le fila dei politici, infatti, sono pingui le carriere dei giornalisti, che hanno iniziato la propria fortuna seguendo il sogno di scrivere e di dire la propria opinione, sforando, lentamente, nella politica vera e propria. Più mansioni e più potere? Più potere e più mansioni?

Due sono, ad oggi, le categorie di giornalisti che sono legati indissolubilmente alla politica: “il mediano” che corre per un committente, scrivendo per lui e per il partito; “il giornalista & politico“, che, eventualmente, se la carriera politica non culminasse in successo, ritornerebbe, lo dimostrano i dati statistici, a fare giornalismo.

Di casi in questione ve ne sono parecchi, i più famosi sono quelli che ci riportano a persone famosissime nel mondo della stampa e anche della politica: Oscar Giannino è stato l’insider per eccellenza, fonda il giornale, il partito, finisce per fare l’ospite; Mario Adinolfi, partecipa alla politica per poi fondare un giornale e dare una svolta alle proprie posizioni; Gustavo Selva, prima giornalista e poi parlamentare, Lilli Gruber, giornalista che ritorna dalla “mamma” RAI dopo una brevissima esperienza in Europa; casi che si rifanno ad esperienze storiche del “giornalista & politico” in Italia, una storia che affonda le radici ai tempi della Guerra, momento in cui ribadire l’essere giornalista era indice, in qualche modo, di una certa autonomia nel dire e nel pensare.

Ma non mancano gli esempi locali, in Trentino, dove essere giornalista e politico apre una vasta possibilità di mettere in pratica le proprie competenze anche in settori che, altrimenti, sarebbero preclusi.

Strategia o coerenza? Mentre secondo il nord Europa, sempre scettico sulle faccende mediterranee, la fusione in un unicum della funzione del politico e del giornalista comporta una liceità di troppo, ovvero è visto come un fatto negativo, anche per l’Italia, dopo la crisi di Tangentopoli, molte delle carriere miste sono state messe in discussione. Eppure, le recenti elezioni lo hanno dimostrato: è ancora la crisi economica e dell’editoria a portare, quasi obbligatoriamente, i giornalisti, sulla strada delle politiche e della politica di partito, poi.

Nasce prima l’uovo o la gallina? Le storie dei politici presi in causa non lasciano scampo alle ipotesi: di chi ha fatto delle parole carriera, a chi ha sviluppato l’arte di ingegnarsi, quello che è chiaro è che ognuno cerca uno spazio, all’interno della diversa offerta lavorativa giornalistica in Italia, e attualmente, se non si tratta di fare informazione aziendale, di fare cronaca o di occuparsi di cose “pomeridiane” per anziani assonnati, l’unico settore che ha sempre tanto da offrire, è ancora la politica di partito. Quando sarà il momento della cultura politica?

Di Martina Cecco

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*