IL DOPPIO GIOCO NELLA SOCIETA’ DELL’INFORMAZIONE

Vittime e carnefici per poter parlare liberamente e fare informazione? Siamo oggetto di interesse, di alto interesse. Si discute del ruolo della stampa, del giornalismo moderno, che se la vogliamo dire con le parole giuste non ha mai conosciuto una diffusione così grande come negli ultimi 15 anni: il giornale, da fonte di notizie per lettori abbonati o sporadici, è diventato patrimonio di conoscenza comune, grazie a iniziative editoriali cartacee, come ad esempio le affiliazioni con le case editrici librarie, le case discografiche, le aziende che col branding propongono regali in omaggio, e grazie all’interazione, più recente, con i social network.

Visibilità, marketing, iniziative di comunicazione, conferenze stampa, sono diventate delle parole all’ordine del giorno, tanto da sovvertire l’ordine di importanza delle diverse mansioni che gli operatori della comunicazione hanno a loro carico.
Ma non era il contenuto la prima e indiscussa fonte di popolarità e di affezione? Corrono tempi incerti, ma non ci sono dubbi: essere conosciuti è più importante di essere riconosciuti. La figura dello scrittore di elevata saggezza che, però, vive in disparte dalla “movida” della comunicazione è in netto svantaggio. La grande massa segue ancora la TV per farsi un’opinione, mentre internet sta diventando un luogo di discussione dove la qualità non è sempre al primo posto, per alcuni.
Siamo carnefici: scrivere un giornale è diventato molto difficile, lessico, gergo, stile, sono imprigionati in una logica avversa; la politica, in questo, gioca un ruolo cardine. Se la stampa era un mezzo per informare, ora, è diventata la “fortuna” o la “sfortuna” di soggetti di interesse.
I casi italiani delle notizie impazzite, come il caso Berlusconi, Cogne, Scazzi, Gambirasio, per citarne alcuni, ci rendono vittime della predisposizione del lettore a riconoscersi nella fazione colpevolista o innocentista. La notizia perde di interesse, diventa interessante la discussione sull’etica sociale, che dal personaggio passa alla persona, al suo stesso cerchio sociale, il lettore traspone e trasforma i fatti secondo le sue stesse esperienze, perdendo di vista il concetto di verità. Schieramenti di lettori fanno letteralmente il tifo per le parti, per poi, più spesso, essere smentiti ovvero essere fondamentalmente ingannati dal peso dell’informazione che “fa audience”. Siamo quindi carnefici, che possono trarre in inganno, anche in buona fede, la conoscenza comune, rischiando talvolta di ingenerare maniacali catene di news che non hanno riscontro.
Siamo vittime: rimanere impavidi contro la massa non è più possibile, non si può evitare di mettere in luce la notizia, se resta, quotidianamente, di primo interesse. E’ il caso di eventi storici di portata internazionale, come la Guerra in Medioriente, il Terrorismo, il Mediterraneo, il PIL, la Crisi economica, la Disoccupazione giovanile. Notizie trend, che servono certamente per informare, ma che coinvolgono, ancora una volta, i giornali, dando loro un ruolo in parte diverso da quello che ci si spetta. In questo caso non solo si informa, ma si educa.
La maglia della libertà nel gestire le informazioni si stringe, in questo caso rendendo difficile per il giornalista essere libero di dare una lettura critica dei fatti: se il migrante è un profugo o non è un rifugiato, se il politico ha strategie che non funzionano, se vi sono sistemi che non vanno procastinati, non è detto dire, perché è politicamente scorretto.
Viviamo così un’epoca in cui essere in favore o in malocchio a chi ha il potere politico, economico, è tornato ad essere un limite, mentre il IV Potere, che spaventa i più piccoli, lascia il posto al V potere, quello del controllo anche delle funzioni mediatiche.
Sparuti nuclei di giornalisti , quello che sono diventate ormai le redazioni, cercano di dare la “loro” visione, quella che si attiene alla realtà, scrivendo sui quotidiani notizie fedeli ai fatti, veritiere, sotterrati poi dall’opinionismo, che sfora ovunque e trasforma la notizia in un’accozzaglia di sentito dire, che serve ad ammortizzare la realtà, a edulcorare le amarezze, ma specialmente a sopire gli animi.
Quindi non si discute se un giovane in gita scolastica doveva essere seguito dagli insegnati perché fosse a letto sano e salvo, se ne occupa la giustizia, ma si discute se abbia lasciato tracce di defecazione o se abbia lasciato impronte di DNA sul muro. Non si discute se Silvio Berlusconi fosse presente in Consiglio lucido e capace di governare, ma si discute se Ruby abbia ricevuto un pagamento o dei regali. Non si discute sulla opportunità di valutare se i milioni di profughi avranno un luogo dove stare in Europa, ma si discute se la scabbia sia pericolosa o se la pasta al pomodoro possa essere rifiutata.
Così, spostando rigorosamente e puntualmente l’oggetto dell’interesse su fatti secondari, nel frattempo, si fa il gioco della politica e del potere mediatico, l’altro, che vuole audience affezionato e menti fragili, pronte ad essere tratte in inganno, mentre il “mondo” si evolve a “dovere”.

Di Martina Cecco

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