RELIGIONISMI: INFORMARE PER ESSERCI, RESISTERE PER LIBERARE

Indipendenza dei mass media? Religionismi? L’informazione on line è preda degli interessi delle istituzioni, ma di soppiatto, senza troppo formalizzare, tra i primi ad aver colto nel processo di “universalità” della comunicazione, ci sono gli enti non-profit di matrice religiosa.

Nei mass media, specialmente on line, la presenza delle informazioni che provengono da fonti o da gruppi che si ispirano più o meno dichiaratamente al “credo religioso” sono pericolosamente in aumento.
Ma di quali chiese stiamo parlando? Se ci si riferisce alla “stampa insider” la prevalenza delle informazioni diffuse a livello internazionale, secondo uno studio effettuato alla Columbia University sarebbero la religione cattolica e affini, ad avere la meglio; se si parla di “attivismo” prevalgono il pensiero anti-clericale e il pensiero islamico.

Ecco allora che fioriscono network di discussione in cui il punto di vista è spiccatamente religioso, ovvero di parte. Campagne più o meno velate che vanno contro la Chiesa cattolica o che si scagliano contro l’Islamismo, congregazioni di sedicenti “cani da guardia” del sistema, che si rivelano poi, al contrario, fallaci fonti esclusivamente “di parte” che tutto fanno, meno che informare in modo condiviso e rispettoso delle differenze religiose e della religiosità in genere.

Nel mezzo la stampa, quella che si dice “indipendente” che dalla strage del World Trade Center in poi ha soppiantato, quasi in tutto il mondo, la notizia a tema religioso che riguarda cattolicesimo e buddismo, sostituendola, quasi esclusivamente, con la notizia a tema islamico.

La religione islamica, dunque, anche nei mass media, occupa una larga fetta di mercato, continua a far parlare di sé, prevalentemente “male” ovvero al centro dell’attenzione per fatti di cronaca “negativi”: guerre, terrorismo, Corano. Il 40% dei network parlano di Islam e una fiorente corrente anti-islamica ha sviluppato delle vere e proprie “Crociate moderne” che spiccano a colpi di video news e atti dimostrativi, compensati poi con atti di terrorismo e di intimidazione, in risposta, veri e propri. Un tragico esempio la Strage al Charlie Hebdo.

Ma di Islam si può parlare oppure no? Secondo quanto emerge dalla situazione attuale la risposta è, ovviamente, sì. Non esistono normative che esplicitamente possano vietare la Libertà di informare, intesa in quanto tale. La sottile differenza tra il presente e il passato, però, consiste nella prevalenza di lettori di matrice “neutra” o “cattolica” legata al mondo dell’informazione del “passato” che con il modernismo si è arricchita della matrice “islamica”.

Semplificando: ecco cosa è cambiato nel mondo dell’informazione, a livello di concettualità religiosa, rispetto al secolo scorso. L’epoca della globalizzazione dei mass media, che sono fruibili in tutto il pianeta grazie a internet, il target del lettore è cambiato. Informare con il web mette a totale repentaglio “positivo” ovvero “concertativo” il lettore globale.

La novità: i lettori globali sono composti da “tutte” le componenti sociali del pianeta. Dunque le stesse news che si proponevano a un target concettualizzato, ora sono disponibili per tutti. Nella sfida universale dei mass-media, allora, entrano in gioco non solo gli “outsider” ovvero le voci “fuori campo” che permettono di informare in modo generico sui fatti, ma anche gli “insider”, che attualmente stanno ricoprendo, come anticipato sopra, un ruolo fondamentale che, a lungo andare, rischiano di deviare l’attenzione dalla notizia al corollario, ovvero farne una questione di principio morale, confondendolo, purtroppo, con il concetto di principio etico.

Islam, Cattolicesimo, Buddhismo, sono dunque attori, spettatori o protagonisti dell’era globale dell’informazione? Seppure la risposta possa sembrare scontata, non lo è. La prevalenza di network sedicenti indipendenti, obbliga a constatare che una realtà fiorente e pericolosa di stampo politico sta generando una netta divisione ideologica tra occidente ed oriente, portando, purtroppo, a una globalizzazione di intenti in cui la politica ha un incredibile “fortuna” da gestire.

Tornare a parlare di religione diventa dunque un insidioso viaggio, in cui lo sfogo maldestro è più dannoso della mancata libertà di dire. Si stima che il 20% delle notizie che si trovano sul web relative alla Religione Cattolica siano da riferirsi a preti coinvolti in abusi sessuali e pedofilia, mentre oltre il 60% delle notizie che parlano di Religione Islamica parlano di guerra di religione e terrorismo. La metà delle notizie che riguardano la Religione Buddista sono per lo più legate al turismo. Se si cerca l’Ebraismo, ad esempio, emerge che l’attenzione è rivolta verso l’antisemitismo, se si parla di Induismo, le notizie si concentrano sulla cultura e sulle divinità. Il resto è pubblicità.

Dunque ognuno è mercante di se stesso? Ha più valore l’espressione “insider” ovvero redatta da chi è inserito nelle istituzioni, oppure è più veritiera l’informazione “outsider” cioè la visione che gli altri hanno di quel tema? Si è quel che si è, oppure si è quello che gli altri pensano che tu sia? Il gioco di parole non lascia scampo: esiste ancora un punto di vista “vergine” in questa grande galassia di interessi? La domanda è aperta.

 

Di Martina Cecco

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