La parità di genere nel pannolino

E’ partita l’ennesima polemica, l’ennesima crociata in “difesa” della parità di genere. La questione è stata sollevata il 12 giugno dall’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria (Iap) nei confronti dello spot pubblicitario della Huggies sui pannolini per bimbo e bimba mandato recentemente in onda sui canali Rai e Mediaset, spot che ripercorre le differenze di necessità intime urinarie tra i maschietti e le femminucce enfatizzandole con desideri e modi di vivere differenti culturalmente generalizzati. Stereotipi, potrebbe dire qualcuno – come l’Iap, appunto.

Il che è vero: lo spot della Huggies mette in evidenza lo stereotipo di genere, della femmina più emotiva e tranquilla e del maschio più energico e scalmanato. E quindi? La psicologia sociale ci insegna che lo stereotipo altro non è che un processo mentale atto a semplificare una realtà troppo complessa per essere analizzata nella sua totalità dal nostro cervello. E’ un processo denominato euristica, è una scorciatoia mentale. E sempre la psicologia sociale afferma che è un processo naturale, a cui l’essere umano si affida inconsciamente, poiché non potrebbe fare altrimenti. L’unico rischio da cui questa disciplina scientifica ci mette in guarda è che lo stereotipo non sfoci nella discriminazione.

E a parere dell’Iap lo spot della Huggies sarebbe sfociato proprio in una discriminazione. Ma dove la si può trovare? Affinché vi sia una discriminazione ci deve essere qualcuno che discrimina e qualcuno che viene discriminato. E nello spot al centro del dibattito chi sarebbe che discrimina e chi sarebbe che viene discriminato? Forse è il bambino goleador, avventuriero e “cacciatore” a discriminare la bambina attenta all’aspetto, in cerca di tenerezza e “preda”? O magari è il contrario? O forse ancora è la vicenda in sé che discrimina entrambi i protagonisti della pubblicità? Non si sa, il comunicato dell’IAP non è chiaro su questo punto.

Fatto sta che per esserci discriminazione si deve presentare una situazione in cui un presunto superiore soggioghi un presunto inferiore. Non pare evincersi tale situazione nello spot della Huggies. Semplicemente si vedono due modelli di pensiero o stili di vita differenti, che fanno parte da che mondo e mondo della cultura di genere, senza che tuttavia si crei un divario, un dislivello, una gerarchia in tutto ciò.

Allora perché non condannare anche una nota pubblicità di carne in scatola, dove si vede una donna che sta per essere ingannata da un meschino truffatore ma salvata in tempo dall’intrepido eroe Gringo? O ancora prendersela con la pubblicità di una nota catena di supermercati, dove l’uomo è pensieroso su come aiutare milioni di donne affinché possano svolgere serenamente il loro compito in cucina di cuoche di famiglia?

La differenza di genere non implica necessariamente una discriminazione, anzi: può invece valorizzare le diverse caratteristiche tipiche degli uomini e delle donne per completare un qualcosa che altrimenti resterebbe a metà. Anche perché le differenze di genere le si incontrano sempre e dovunque, ma nessuno si scandalizza, poiché fanno parte della nostra cultura e le diamo per scontate – anche e soprattutto nelle piccole cose. Si guardino ad esempio le fotografie di maschi e femmine che si tengono mano nella mano: generalmente si vedrà l’uomo tenere la mano avanti o in alto – per simboleggiare sicurezza e protezione – e la donna tenerla dietro o in basso – per simboleggiare sostegno e conforto.

Allora non è tanto lo stereotipo che deve far storcere il naso, quanto più se si dovesse verificare negli spot pubblicitari qualche forma di discriminazione – cosa che nel caso della Huggies non sembra pervenire. Grandi passi avanti sono stati fatti da un’epoca non tanto lontana in cui maschi e femmine avevano rigidi ruoli predestinati. Si pensi che non fa nessun effetto oggi per esempio vedere l’attore Michele La Ginestra fare da testimonial per la pubblicità di un prodotto alimentare in una cucina con tanto di grembiulino indosso.

Lo spot della Huggies non vuole comunicare che la bambina non sarà mai una calciatrice o che il bambino non potrà mai essere una persona in cerca d’affetto. Vuole solo mostrare quelle differenze di genere che fanno parte della nostra cultura sempre e comunque, non discriminando ma invece arricchendo ciò che implicitamente siamo.

E allora lo si metta in chiaro: la parità di genere non è l’uguaglianza di genere. Per fortuna, si potrebbe aggiungere. La parità di genere è quel traguardo ormai nel complesso raggiunto dalla società moderna in cui viviamo, un valore che permette sia agli uomini sia alle donne di godere degli stessi diritti e di sottostare agli stessi doveri. L’uguaglianza di genere è un sogno utopico/distopico di conformazione totale, di avallamento e distruzione anche della più piccola differenza, che essa sia di genere, di cultura, o altro ancora. Ma che lo si voglia riconoscere o no, noi esseri umani non siamo uguali. Siamo diversi. E per fortuna, si potrebbe ripetere. L’unica uguaglianza che si dovrebbe ricercare dovrebbe essere quella civile, quella di fronte alla Legge, non nelle caratteristiche psico-sociali o culturali. Allora, invece che cercare di eliminare tali diversità, non sarebbe più saggio valorizzarle?

di Giuseppe Comper

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