#crisidimenticate, (disi)Informazione italiana

Quanti di voi sono stati Charlie? Questa famosa espressione ancora riecheggia nelle nostre menti e nei nostri cuori, nata dopo l’attentato, ad opera di una branca yemenita dell’organizzazione ISIS, alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo, dove persero la vita 12 persone. Questo avvenimento ci sconvolse: non solo era un attentato terroristico in Europa, ma anche un attacco alla libertà di pensiero e di espressione. Tutti ripetevano come un mantra Je suis Charlie, sentendoci tutti profondamente toccati, come se i protagonisti di quella vicenda fossimo noi.

Qualcuno è mai stato Amir, Chewe o Flor? Medici senza frontiere denuncia, con l’hashtag #crisidimenticate, il silenzio dilagante dei telegiornali italiani riguardo le catastrofi umanitarie. L’organizzazione contesta regolarmente, tramite un rapporto, questo fenomeno dei mass media nazionali.
Nel 2014, prendendo in esame 10 anni di (disi)informazione, hanno visto che lo spazio dedicato dai notiziari ai contesti di crisi è crollato dal 16,5% nel 2004 al 2,7% due anni fa. Le notizie riguardanti le emergenze sanitarie sono state pari a 293(1%). Una caratteristica della comunicazione italiana sono le “crisi a singhiozzo”, dove finché è in corso l’emergenza veniamo tempestati di fatti di cronaca nera, terminato lo stato d’allarme, questi Paesi dilaniati da lotte interne, fame, povertà, malattie, scompaiono nell’ombra. Riferendoci ai dati, il panorama dell’informazione italiana è peggiorato: per essere al corrente della situazione mondiale, bisogna leggere giornali o siti web di “nicchia”, paragonandoli alle grandi testate italiane o i telegiornali in prima serata.

Il cittadino ha un diritto, non espressamente previsto nella Carta Costituzionale, ma strettamente legato alla libertà di manifestazione del pensiero e alla libertà di stampa (art 21), ed è quello di essere informato su quello che accade nel mondo.

Non si può dire che siamo completamente ignari di cosa accade in Italia: un fatto di cronaca nera diventa una soap opera argentina dalle infinite stagioni; i media si divertono ad assillarci con i risvolti macabri e depravati dei crimini “made in Italy”. Il cittadino che si affida ai media ordinari, non ha la possibilità di conoscere cosa accade in Somalia, in Birmania, in Yemen, se l’obiettivo principale della stampa, o più in generale dell’informazione italiana, è quello di vendere l’articolo, fare audience o ricevere più visualizzazioni.

Quanti di voi sono a conoscenza di cosa sta accadendo in Venezuela? Dal gennaio 2016 il Paese è entrato in un profonda crisi economica, politica e istituzionale. L’opposizione ha intenzione di destituire il presidente autoritario Nicolás Maduro con un referendum nel primo trimestre del 2017. Il crollo del prezzo del greggio, con la conseguente perdita delle entrate petrolifere, ha portato ad una insufficienza di fondi per importare generi di prima necessità per un mancanza totale pari all’80% e con un’inflazione del 700%. A luglio 35mila venezuelani hanno passato il confine con la Colombia, precedentemente chiuso dallo stesso presidente, per comprare medicine e alimenti.

In Birmania, invece, è in atto una persecuzione a danno della popolazione dei Rohingya, gruppo etnico di religione musulmana. Le Nazioni Unite l’hanno definita una delle minoranze più perseguitate e rifiutate nel mondo; infatti i birmani non li considerano connazionali, bensì cittadini del Bangladesh con cui condividono la fede e il ceppo linguistico. Nessuno conosceva questo popolo finché, tramite social network, è diventata virale la foto di un bambino riverso nel fango, senza vita.

Dobbiamo arrivare a conoscere della persecuzione di 800mila persone tramite una foto postata su un social network? Quando il diritto di informazione libera verrà saziato?

Sara Stramare