FESTA DELLA REPUBBLICA: TEMPO DI RIPENSARLA

Oggi è la Festa della Repubblica, in Italia, si direbbe Festa Nazionale, poiché segnata in calendario con il rosso, che contraddistingue i normali giorni dai giorni in cui ci sono delle ricorrenze da celebrare. Cade in Trentino in concomitanza con la chiusura del Festival dell’Economia 2014, coincidenza che ha fatto sì di incrementare in un certo qual modo la partecipazione del pubblico alle sfilate ufficiali che si sono tenute stamane in Piazza Duomo a Trento, dove si sono incontrati volontari, corsisti, festivalisti e persino politici in via di rappresentanza.

Ecco allora che la coincidenza consente una riflessione sull’intervento del Sindaco di Trento, Alessandro Andreatta, che ha elogiato il Trentino per le sue attività di volontariato. Le forze del volontariato sono le uniche ormai che hanno capito che serve intervenire, subito, per aiutarsi vicendevolmente in questa situazione drammatica. Chiosa il suo intervento con uno slogan politicante, che si inserisce perfettamente nel clima della città, “Cambiare l’Italia”. Dichiarazioni “sparse” anche da parte del Presidente della Provincia Ugo Rossi, che vira sui giovani e sul “Bene comune”.

Tuttavia l’occhio vigile del nostro giornale non può non aver notato che, se in Piazza Duomo sfilano i corpi di Stato, ovvero in ordine della Croce Rossa Italiana, dell’Esercito (del 2°reggimento Artiglieria e del 2°Genio Guastatori), dell’Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, del Corpo dei Vigili del Fuoco, del Corpo Forestale della Provincia Autonoma di Trento, della Polizia di Stato, della Polizia Penitenziaria e della Polizia Municipale, al contrario sul web incalzano le polemiche per una festa a metà, dove la “vacanza” per molti, troppi italiani, corrisponde alla normalità, dato che la disoccupazione parla ancora e tristemente di oltre il 40% dei giovani disoccupati, le nascite al minimo storico in Italia, nonché una percentuale altissima, circa il 13% di persone che non hanno l’autonomia finanziaria per “farcela”. ISTAT ha reso noto proprio due giorni fa l’ultimo lavoro di ricerca in tema economico e sociale, a redazione annuale, che non consente di avere una visione felice, se non contrapponendo questi dati a quelli del lavoro in Europa, 100 mila giovani si sono recati all’estero trovando lavoro. I nostri giovani, quando torneranno? Sondaggi dimostrano che almeno il 30% dei nostri ragazzi, se vi fossero opportunità, tornerebbero in Italia, mentre il 70% considera l’esperienza “fuori porta” una scelta personale.

Il 2 Giugno (e il 3) sono festeggiati sul calendario poiché nel 1946 ci fu un referendum che sancì per volontà popolare che il demos italiano cambiasse la sua forma di governo, da Monarchia a Repubblica. Importanti storiografi ammettono che sull’operato di Palmiro Togliatti, sullo svolgimento del Referendum, sullo scrutinio delle schede referendario, non c’è certezza assoluta, mancarono dei voti, alcune schede non furono mai scrutinate, alcuni risultati dati in anticipo; la differenza tra i pro – monarchici e i pro – referendari è comunque non così ampia da poter affermare che gli italiani fossero culturalmente pronti per una Repubblica.

Questa festa è spesso abusata, sfruttata come mezzo per celebrare quello o l’altro partito, andando verso sentimenti di patria e patriottismo o in alternativa giocando la carta della Costituzione Italiana per dare indicazioni e slogan alla bisogna. La Repubblica è di tutti, oppure non è di nessuno. Quel che resta di tutti questi stratagemmi politici è il risultato di un Referendum, che all’epoca decise per il territorio e il popolo sovrano, mentre per casa Savoia, al secolo Carlo Alberto re di Savoia, Vittorio Emanuele II e III e Umberto I e II regnanti fino a quel momento in Italia, significò l’epurazione, con esilio in Portogallo e successivamente una residenza in Svizzera; la riamissione in italia della discendenza maschile solo qualche anno fa, con il nipote Emanuele Filiberto Umberto.

Demonizzati? E’ facile fare dietrologia, ed è impossibile moderare l’istinto sanguigno del popolo italiano, mediterraneo per natura. Tuttavia va ricordato che il Regno d’Italia ebbe il merito di aver cominciato ad unire il territorio italiano sotto un’unica giurisdizione/sovranità, nella seconda metà dell’800, Italia all’epoca resa paradossalmente europea dalla partecipazione ad altre forme monarchiche nel resto d’Europa dei Savoia.

Il commercio, la povertà, la fame, l’Asse Roma – Berlino, il Patto d’Acciaio, l’isolamento dell’Italia da parte del resto d’Europa, poi la fine del Regno e l’inizio della forma repubblicana attuale. L’entrata in Europa dell’Italia ha visto ripercorrersi in stile pacifico e democratico lo stesso “scotto” di allora. Panem et circenses, insieme alle Smarties degli USA, che arrivano ogni tanto come la lieta novella: pare proprio che il nostro destino sia quello di essere tolleranti, democratici e poveri.

Sarà una questione di carattere? Eppure gli italiani furono molto chiari nel 1000 in pieno Medioevo, a lottare per la divisione del potere temporale da quello politico, ora viviamo il Medioevo Moderno del 2000 e non è chiaro il motivo per cui non si faccia lo stesso, lottando allo stesso modo per dividere il potere economico da quello politico. Riportando la politica a un fatto sociale e togliendola dai Consigli di Amministrazione, perché l’intoppo è tutto qui.

Che il passaggio di una forma di Governo all’altra implichi la negazione della forma precedente è un fatto naturale, tuttavia pensare che una forma istituzionale sia necessariamente la migliore e quella definitiva solo perché conseguenziale a un voto è necessariamente riduttivo.

Questa riflessione cade nel 2014, quando in Italia si sta valutando una Riforma del Senato e della Camera dei Deputati che dovrebbe avere come scopo finale quello di ridurre il peso e il numero, nonché il costo della politica nazionale, liberalizzare il Governo, accentrare il potere politico nelle mani della Camera dei Deputati, rendendolo più snello e più competitivo in Europa, Parlamento, anch’esso, di cui siamo una piccola parte.

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