LE CASE POPOLARI E LA LOTTA TRA POVERI: LA DESTITUZIONE DELLA SOCIALIZZAZIONE

C’è un fatto che, bene o male che sia, è decisivo nella vita pubblica europea dell’ora presente. Questo fatto è l’avvento delle masse al pieno potere sociale”. José Ortega y Gasset ha profuso la sua esistenza letteraria e filosofica per esemplificare all’opinione pubblica del XX secolo quali fossero le prospettive di breve termine. L’essenza delle sue asserzioni è di un’attualità agghiacciante. Chiunque non abbia goduto dell’occasione di approcciare con le righe del saggista spagnolo, dovrebbe repentinamente sopperire ad una mancanza pesante. A seconda delle priorità, ovviamente. Perché è evidente che tutto dipenda da quello che ognuno di noi veda come primario.

In Italia, ad esempio, i buontemponi – per usare un eufemismo – dai folti conti in banca ed ammanicati con la struttura del potere ritengono che la politica da palazzo debba detenere le redini della res publica e possa tuttora assumere contorni di credibilità nell’andirivieni di volti neofiti. Facce nuove pronte a fungere da panacea di corruttela, di combutta e di malaffare e ad ergersi a prodromo di organico ricambio.

Il frangente opposto è occupato da chi, invece, nelle fandonie da buon mercato non ripone più alcun tipo di fiducia. Non in virtù di un’atavica eredità eversiva, bensì a fronte di un’incapacità istituzionale nel concedere risoluzioni ed elaborare risposte ad incombenze che, lento pede, stanno scalcinando secolari diritti acquisiti costituzionalmente e stanno destabilizzando le già esigue fondamenta dello Stato Sociale.

Allora, quale potrebbe essere la svolta? Appellarsi perennemente all’auspico di un’agognata morale politica di un complesso istituzionale al momento miope? Oppure prendere coscienza del nostro potenziale collettivo, che potrebbe trainarci all’esterno di una ressa sociopolitica, e contrastare lo status quo, che predilige una base popolare anestetizzata dal consumo, dal commercio sfrenato e dalla dittatura del quattrino? Riecco Ortega y Gasset e il suo mito della Ribellione delle masse: rendersi conto della propria incidenza, cosicché le nenniane Stanze dei Bottoni inizino a vacillare sotto gli sferzanti colpi del raziocino cittadino.

Non v’è altro rimedio. A meno che non si voglia essere vittime di un pre-configurato conflitto, ove indigenza e squallore si intrecciano in un berciante desiderio di uscire indenni dalla belligeranza delle periferie. Precari conto immigrati, cassintegrati contro clandestini, disoccupati contro profughi, esodati contro richiedenti asilo. Un ginepraio di fatua ostilità che agisce in funzione del raggiungimento di un obiettivo, cioè una dimora sulla quale impalcare un’ipotesi di stabilità e soprattutto di futuro. Nel mentre i governanti e i burocrati della Capitale si sfregano le mani su commissione della tecnofinanza europeista, che nel nome della precarietà e del rigore austero sta macellando sovranità e comunità.

Ritorna dunque in voga il dibattimento sulle case popolari, sulla loro attribuzione e sulla condizione che il principio abitativo – in quanto rilevante criterio della sussistenza nei Paesi civili – sia stato delegittimato e non rappresenti più l’elemento preponderante della socialità di uno Stato. Il peggio è che l’indecente stasi governativa perduri nonostante tutto, ben veicolata dalla partitocrazia ed agente perché il problema persista, di modo che la speranza di un alloggio diventi oggetto di un facinoroso contendere. Siete ancora dubbiosi da che parte stare?

Alex Angelo D’Addio

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