Perchè fu necessaria la Marcia su Roma?

Sono trascorsi 94 anni dall’evento che ha più contraddistinto la storia d’Italia: la Marcia su Roma. E’ il 28 ottobre 1922. L’Italia del primo Dopoguerra attraversa da tempo un periodo di forte instabilità politica ed economica e in questo clima d’incertezza il movimento fascista cresce con la promessa di ristabilire ordine. Approfittando di una crisi di governo, i fascisti si armano, calano in forze su Roma e spingono il Re Vittorio Emanuele III a dare l’incarico di governo a Benito Mussolini.

Un evento significativo nella storia del nostro paese, glorificato sino al 25 aprile 1945 e biasimato a partire dall’avvento della Repubblica. Attualmente la Marcia su Roma viene ricordata solo come inizio di una dittatura razzista e guerrafondaia; nei fatti è stato altro.

 

Il fascismo come unica soluzione per salvare l’Italia

Per capire effettivamente il valore positivo dei fatti del 28 ottobre è necessario guardare gli avvenimenti nel loro scenario complessivo. Il principale rischio per un Paese come l’Italia, caratterizzato da una economia costituita da medie imprese ( strano, ma l’Italia ha sempre avuto un’economia di tal genere), era caratterizzato dall’avvento della rivoluzione bolscevica. Il pensiero di Marx si imponeva prepotentemente in molte Nazioni europee quali la Russia, la Germania e l’Ungheria. Anche in alcune Regioni italiane si vivevano le violenze di matrice socialcomunista con negozi, spesso di ebrei, che venivano dati alle fiamme. Il fascismo si poneva, in un contesto di caos socialista, come l’unica soluzione a protezione della media borghesia.

Il Re borghese

La Marcia su Roma fu consentita dal Re che poteva in qualsiasi momento dichiarare fuorilegge il Fascismo. Vittorio Emanuele III, come ricorda anche Montanelli in Storia d’Italia, fu sempre un re dai modi borghesi. Non utilizzò quasi mai il Quirinale come residenza ufficiale e preferì vivere, durante il suo regno, nella modesta Villa Savoia, una villetta alla periferia di Roma. Amava vivere nella Borghesia e capiva le esigenze di questa.

Il ricordo storico di questo Re è sempre stato negativo e non è mai stata compiuta un’analisi storica su quanto di positivo realizzato da questi. Vittorio Emanuele III è stato ricordato per aver permesso l’ascesa del Fascismo, ma sopratutto per la sua fuga a Brindisi dopo l’armistizio del 1943. Se la prima decisione fu dovuta dal contesto sociale del tempo, la seconda fu causata dalla sua anziana età e dalla sua ritrosia ad abdicare, celebre la sua espressione “In casa Savoia si comanda uno alla volta”.

Vittorio Emanuele III usò tatticamente il fascismo per ristabilire l’ordine in Italia. Nel 1922 non esistevano forze politiche, se non quella eversiva di stampo socialista, capaci di garantire una sana democrazia in Italia. Il Partito Popolare Italiano, guidato da don Luigi Sturzo, era troppo debole per realizzare quanto verrà poi fatto a partire dal 1948. Il fascismo veniva visto, all’interno della famiglia Reale, come unica soluzione per garantire nel breve-medio periodo una certa stabilità in un Paese martoriato dalla Grande Guerra.

Il fascismo fu violento

Uno dei più grossi falsi storici creati dalla propaganda socialcomunista al termine della Seconda Guerra Mondiale è che “Il fascismo era un gruppo di violenti fagocitati da Mussolini”. Se il lettore la pensa così, è inutile che continui a leggere il restante articolo.

Capire il fascismo è come capire una persona di Destra: ovvero comprendere un qualcosa pieno di contraddizioni. Il Partito Nazionale Fascista non è mai stato un’organizzazione politica che ruotava intorno alla figura del leader. Certamente vi era il mito della personalità del Duce, ma all’interno delle sedi di Partito l’aria era totalmente diversa. Vi erano certamente frange più violente, capeggiate da Farinacci, ma anche correnti di Partito moderate. Una era quella guidata da Mussolini, che seguiva la politica del “Doppio binario Fascismo-Casa Savoia”, l’altra era guidata da Dino Grandi, che seguiva una politica filobritannica. Le due correnti moderate si scontrarono durante l’intero ventennio fascista e fu sopratutto lo scontro tra Mussolini e Grandi a decretare con il Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio del 1943 il collasso di un partito che aveva nel 1922 salvato l’Italia dall’incubo del socialcomunismo.

Il fascismo violento: il mito Giacomo Matteotti

Uno dei classici discorsi pronunciati dall’antifascista è l’omicidio Matteotti. Una formula di rito utilizzata è che l’esponente socialista venne ucciso su ordine di Mussolini per via dei suoi discorsi politici. Mussolini, a livello storico, nei fatti non fu il mandante dell’omicidio Matteotti che venne invece voluto da altre correnti minoritarie che speravano di prendere il potere. In questa chiave di lettura può essere compreso pienamente il discorso pronunciato da Mussolini il 3 gennaio del 1925. Il suo fu un discorso che aveva come scopo quello di tenere saldamente in mano il Partito che stava per perdere. Pochi mesi dopo riuscì nell’intento di ridimensionare il ruolo politico di personalità estreme come Farinacci, questo venne infatti confinato in un esilio dorato a Cremona.

Conclusioni

E’ necessario, a quasi un secolo dalla Marcia su Roma, compiere un analisi imparziale sugli avvenimenti. Limitarsi oggi a guardare il Fascismo come “male assoluto” è un errore da evitare sopratutto nei confronti delle nuove generazioni che possono essere attratte, così come il contrario, da un fenomeno politico troppo complesso da essere espletato con formule. Il fascismo fu voluto dagli italiani così come fu subito disprezzato quando il Partito decise l’autodistruzione del sistema che aveva creato, ma che in parte sopravvive a tutt’oggi con codici penali e civili presi come esempio in tutto il Mondo.